A Londra, una giovane professoressa di liceo intreccia una relazione clandestina con un suo studente quindicenne; una sua anziana collega, da lei segretamente attratta, la scopre e la ricatta: non la denuncerà in cambio di un po’ di amicizia e attenzione.
Dal romanzo “La donna dello scandalo” di Zoe Heller. L’inglese Richard Eyre, regista televisivo da pochi anni traslocatosi sul grande schermo (è suo “Iris”, biopic sulla scrittrice Iris Murdoch che fruttò un Oscar a Jim Broadbent) e buon direttore d’attori, gira nel 2006 questo drammino caldo ed elegante che si fonda essenzialmente sulle performances di due grandi attrici, nel più classico dei confronti generazionali: ne esce vincitrice di misura Judi Dench, impeccabilmente acida e disadattata nella sua disperata sociopatia; bene anche Bill Nighy nel delicato ruolo del marito di Sheba, reso con originalità e nessuna banalità. Molto britannico nella confezione e nei modi, nonostante l’inusuale ambientazione nella low class londinese; elegante nella scrittura, che mantiene in parallelo fatti e sentimenti, nonostante qualche asperità lessicale, pecca di un finale isterico, didascalico e deboluccio che stona col tono sommessamente fiammeggiante del resto dell’opera. Le musiche di Philip Glass, nominate all’Oscar, sono identiche a quelle realizzate per “The Hours”.

Voto: 6,5

Trivia
(Nel film recitano tre attrici che nella loro carriera hanno interpretato almeno una volta la regina Elisabetta I: Cate Blanchett nei due film di “Elizabeth”, Judi Dench in “Shakespeare in Love” e Anne-Marie Duff (Annabel) ne “La regina vergine”)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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