Delphine, bidonata da una sua amica alla vigilia delle vacanze in Grecia, non sa come trascorrere le ferie. Un’estate di solitudine la deprime e non servono a migliorare il suo umore alcune visite ad amici e parenti. Finchè….
Il raggio verde è un fenomeno ottico creato dal Sole che, al tramonto, crea un debole e sottile strato luminoso di colore verde, visibile per pochi secondi, prima di scomparire all’orizzonte; Jules Verne ha così intitolato un suo romanzo: chi lo vede, si dice, riesce a leggere meglio nei propri sentimenti e in quelli degli altri. Leone d’Oro a Venezia; probabilmente il più famoso film del francese Eric Rohmer (1920-2010), colui che nella Nouvelle Vague era l’artista più riservato, taciturno, lieve e delicato. Tutta la sua poetica è condensata in questa pellicola che non ricerca la leggiadria, ma ne è vestita da capo a piedi: il vagare inquieto di Delphine è contemplato con una calma e una placidità di sguardo da cui non può che scaturire, nel finale, una nota di speranza che Rohmer non riserva solamente alla sua protagonista, ma a tutta l’umanità tranquillamente qualunque del suo universo. Nessun accenno di critica sociale né ironie anti-piccoloborghesi, solo la lenta e comune esistenza di una donna che, come tutti, ha l’unica ambizione di essere amata. Il realismo si fa magico nella sequenza finale in cui lo spettatore è invitato a partecipare al gioco: Delphine vede o no il raggio verde? (A chi scrive, forse preso dalla suggestione, è parso di intuirlo; subito dopo, riavvolto il nastro e guardata la scena con più attenzione, non ha però più visto niente. Chissà!)

Voto: 7 ,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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