Addetto per la Lunar sul lato oscuro della Luna alla produzione di energia pulita da inviare sulla Terra, Sam Bell inizia le sue ultime due settimane di lavoro prima di tornare a casa. Ma…
Opera prima di Duncan Jones, 38enne regista pubblicitario e soprattutto figlio di David Robert Jones aka David Bowie. Con un genitore così, la natura fantascientifica del suo film d’esordio era quasi obbligatoria: ma più che una dedica al papà, “Moon” (titolo di sublime semplicità) è un omaggio alla grande science-fiction anni ’60 e ’70, ancora lungi dall’essere infestata dagli effetti speciali, in cui il punto di vista sul futuro era influenzato – nelle sue atmosfere intimiste e riflessive – dalle inquietudini del presente (seguì la muscolarità degli ottimisti e ipervitaminici anni ’80). Citazioni cristalline da “2001: Odissea nello spazio” (il computer Gerty con la voce di Kevin Spacey è cugino di HAL 9000, con una cruciale differenza), “Solaris” di Tarkovskij (per l’alienazione e i dilemmi esistenziali), echi lontani di “Blade Runner” (ovviamente) e anche di “Alien” di Ridley Scott, cui si rifà per il biancore delle scenografie. Piccola fantascienza d’assalto che non fa uso di steroidi ma di cervello: sotto accusa, anche nel futuro, il capitalismo sprezzante e spersonalizzante che inganna l’uomo ad ogni livello di rappresentazione e soffoca l’affermazione di sé; Sam Bell non sa chi è e può solo tentare – cosa ancora più amara – di sapere chi non è. Di rado si sono visti debutti più quadrati e misurati. Rockwell a tutto campo tiene magnificamente la scena; musiche dell’aronofskiano Clint Mansell.

Voto: 7

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
Annunci