Dopo cinque anni di matrimonio non esaltante, Veronica riesce a rimanere incinta; lo stesso giorno, suo marito scopre di essere sterile. Ma allora chi…?
Ritorno al cinema, a sette anni dal bellissimo “Chimera”, del napoletano Pappi Corsicato, nel frattempo dedicatosi al teatro, ai documentari, alle mostre d’arte e alla regia lirica. Anche a prescindere di una storia volutamente esile e meramente figurativa, quanti punti valgono il coraggio e l’originalità di sapersi distaccare – anche e soprattutto trattandosi di un’opera comica – dalla media melassa del cinema italiano, decennale propinatore di sbobbe in virtù di un vago e malinteso “realismo”? Comunque la si pensi sul cinema pop, sulle contaminazioni del post-moderno e sull’adozione di un’estetica quasi pubblicitaria, il cinema di Corsicato è un’isola felice nel desolante quadro nostrano. Citazioni a pioggia: De Palma (Brian, non Rossy), poi Ejzenstein, “Pane, amore e…”, Maléna, l’ultimo Kubrick di “Eyes Wide Shut”, “American Beauty” e ovviamente Almodovar (la scena con la commessa suora e l’amplesso del marito con la cliente, le due scene più divertenti), tutto all’insegna di un’intelligenza e di una cultura fuori discussione, che privilegia gli sguardi e le immagini (la lavatrice che perde acqua, ottimo anticipatore) all’inetto chiacchiericcio da cucina&salotto. Veronica cerca la verità sul padre di suo figlio come Corsicato prova a cercarla sull’oggi e sulla quotidianità dei rapporti umani – pur senza impegnarsi e impegnarci troppo, e dunque non trovandola e arrendendosi felicemente alla calibrata vacuità dei suoi personaggi, la cui irrealtà è esaltata dalle scenografie metafisiche del Centro Direzionale di Napoli. Il cammeo di Iaia Forte è una chicca.

Voto: 7

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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