“Rapito” dalla sorella Valeria, Bruno – professore di istituto alberghiero da anni a Milano – è costretto a tornare a Livorno per assistere la madre malata terminale, con cui aveva litigato oltre vent’anni prima.
Le imperfezioni di cui è costellato il nono film di Paolo Virzì, segnato dal ritorno alle tematiche familiari e all’amata Livorno dov’era già ambientato il tenerissimo “Ovosodo”, lo rendono ancora più adorabile e degno di affetto: è un grande film italiano nel senso migliore di quest’ultimo aggettivo, superiore alle “Invasioni barbariche” di cui si nota sovente l’influenza per l’autenticità dello sguardo e della passione infusa alla storia e ai suoi protagonisti. Torna ad affermarsi, presso la critica ma anche soprattutto presso il pubblico, una scuola che si è sempre contraddistinta per la felicità – in fase di sceneggiatura prima ancora che in regia – con cui descrive e tratteggia personaggi di lodevole complessità. All’altezza delle nostre migliori commedie drammatiche della storia: ci sono il riso e il dolore straziante, raffigurato senza mai neanche sfiorare la mielosità e i luoghi comuni del caso. Triste, sì, ma di quella tristezza necessaria e in qualche modo balsamica, potrà anche rivelarsi per qualcuno un film terapeutico: il personaggio di Bruno, scritto alla perfezione e interpretato in maniera meravigliosa da un Valerio Mastandrea che sfoggia anche un impeccabile accento livornese, si discosta anni luce dagli ipotetici quarantenni di gran parte del nostro cinema e brilla per verosimiglianza e partecipazione che induce nello spettatore. In ultimo, Virzì si conferma eccellente direttore d’attori (perfetti, ad esempio, i due bambini), curando come pochi altri l’espressività e il fisico, risultando più che credibile e in definitiva commuovendo nel notare ad esempio l’identico gesticolare di Anna da giovane da anziana. Il voto è altissimo, sì, ma pensateci: come si possono trovare difetti in un cinema così generoso?

Voto: 8-

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.