Scontro di civiltà a Ventotene tra un gruppo di amici “di sinistra”, snob e libertari, e i loro vicini di casa “di destra”, più rozzi e praticoni, entrambi in vacanza, entrambi alle prese con piccole beghe familiari e sentimentali.
Secondo film di Paolo Virzì, quello che gli diede la notorietà nazionale e i primi riconoscimenti di pubblico e critica con il David di Donatello come miglior film del 1995. Profondamente ancorato all’epoca in cui è girato e ambientato, l’Italia di metà anni ’90 confusa dai cambiamenti politici, stordita dalla tv ma allora ancora capace di dialogare e dibattere sulle divergenze sociali e culturali (è questo quello che fanno Sandro e Ruggero; oggi, il più delle volte, alla ricerca del confronto si sostituisce un’incondizionata ostilità). Quindici anni dopo, è facile vedervi degli stereotipi; ma l’esperienza insegna che tuttora queste due categorie parallele di italiani continuano a relazionarsi in questo modo, stentando a tenere a freno l’aggressività che deriva dal non riuscire neanche a concepire le azioni e i pensieri dell’altro. La critica di costume è un po’ frettolosa e superficiale (come anche la chiave di lettura di gran parte dei media dell’epoca, che lo ridusse a semplice scambio di schermaglie tra i soliti comunisti e i soliti fascisti), dovendo essere distribuita su quasi una ventina di personaggi, ma quasi ognuno di loro ha dignità e spessore: brilla il Marcello del compianto Piero Natoli, delicato e sensibile inetto, uno di quei caratteri per cui Virzì ha sempre avuto una predilezione. Attori tutti bravi, ad eccezione di Silvio Orlando, bravissimo.

Voto: 7-

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.