2154: l’uomo (= gli americani) vuole colonizzare il pianeta Pandora, ricco di Unobtanium (un raro minerale che rappresenta l’unica fonte di energia per mandare avanti la Terra) ma abitato dal popolo dei Na’vi; per perseguire il proprio obiettivo ha inviato su Pandora una squadra di ex marines e ricercatori nel tentativo di convincere i Na’vi a stabilire un contatto o comunque a cedere la preziosa risorsa. Jake Sully, ex marine ridotto su una sedia a rotelle, viene spedito su Pandora utilizzando un avatar, un alter ego creato in laboratorio geneticamente identico a lui ed esteticamente somigliante ai Na’vi.
Premesso che qualsiasi recensione fa un baffo al film che ha incassato di più nella storia (due miliardi di dollari superati nell’ultimo weekend, and counting), non è oggettivamente sbagliato dire che qualcosa come “Avatar” mai si era visto prima in una sala cinematografica. L’uso della tecnologia, del digitale e degli effetti speciali ha dello strabiliante, raggiungendo risultati grandiosi nella rappresentazione dell’ecosistema pandoriano e nella naturalezza dei movimenti del popolo e della fauna Na’vi, nella più classica e spettacolare delle dimostrazioni di forza di Hollywood e di James Cameron in particolare, vero archetipo della filosofia yankee applicata alla settima arte. Già nel 1989 il regista canadese si era cimentato nel fanta-kolossal con moraletta ambientalista incorporata, il dimenticabilissimo “The Abyss” che – per quanto di fattura stupefacente all’epoca – difettava clamorosamente di consistenza al momento del dunque, fino a macchiarsi di ridicolo involontario nel finale. La tenuta drammatica di “Avatar”, al contrario, regge senza scossoni fino al centosessantesimo minuto, tanto da proporre il film come pilastro di un ideale Pantheon della science-fiction di ogni tempo (la cura riservata all’armamentario militare del ventiduesimo secolo è ancora più notevole dell’inventiva adoperata per immaginare Pandora). Il mito dell’America come unico luogo degno del mondo è del resto storia vecchia per il cinema USA, e “Avatar” non fa eccezione; né ci dev’essere molto da scandalizzarsi per le semplificazioni di una sceneggiatura che non si preoccupa di cadere nel didascalico più avanzato (il primo dialogo/spiegazione tra Parker e la dottoressa Augustine, talmente goffo da riderne), convinta che ogni perplessità sarà cancellata dagli “oooh” di meraviglia con cui il pubblico accoglierà la scena successiva (e gli “oooh” ci sono sul serio, fidatevi). Personaggi dalla psicologia tagliata con l’accetta e plot scopiazzato qui e lì da “Pocahontas”, “Balla coi lupi” e “Braveheart” (quando Jake arringa i Na’vi prima della battaglia finale sembra davvero di sentire William Wallace). Film tuttavia imperdibile, comunque la si pensi. James Horner prenota il suo secondo Oscar dopo “Titanic”, ma “I see you” di Leona Lewis sui titoli di coda non è neanche paragonabile alla ben nota nenia di Celine Dion. Fa sorridere che a sparare a zero su “un cinema contemporaneo dominato da immagini virtuali e artificiali, in cui l’uomo non è più al centro” sia stato nelle scorse settimane Roberto Faenza, responsabile di alcuni tra i peggiori crimini cinematografici commessi in Italia negli ultimi quattro-cinque anni.

Voto: 7,5

Trivia
(Il film è costituito per il 60% da azioni realizzate in computer grafica)
(Film dalla genesi molto complicata: Cameron interruppe la lavorazione, cominciata già negli anni ’90, finchè dinanzi al personaggio di Gollum nel “Signore degli anelli” non si convinse dei progressi della CGI)
(Per creare la lingua Na’vi, Cameron si è avvalso della decisiva collaborazione del linguista Paul R. Frommer, che lo ha aiutato a inventare circa mille parole che non assomigliassero a nessun’altra lingua parlata sulla Terra ma che fossero comunque facilmente memorizzabili dagli attori)
(Primo film di fantascienza di James Cameron che non menziona o mostra armi nucleari)
(Per ottenere il ruolo di Jake Sully, lo sconosciuto Sam Worthington ha superato la concorrenza di attori come Matt Damon e Jake Gyllenhaal)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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