Da vent’anni gli alieni sono rinchiusi nel Distretto 9, un’area di Johannesburg adibita a ghetto e controllata solo formalmente dal governo sudafricano. La MNU, una multinazionale che cerca di sfruttarne le avanzate tecnologie militari, è incaricata di farli traslocare in una zona a 100 km di distanza. Un suo impiegato, Wikus Van de Merwe, è incaricato di dirigere le operazioni…
“Caso” di viral cinema filologicamente affine al geniale “Cloverfield” ideato da JJ Abrams, dietro “District 9” c’è lo zampino di quel vecchio lupo di Peter Jackson, che ha affidato all’esordiente regista sudafricano Neill Blomkamp lo sviluppo di un suo precedente cortometraggio del 2005 sullo stesso tema, “Alive in Joburg”. Fanta-pulp jacksoniano della prima maniera, che strizza l’occhio al mockumentary ma ha anche una sostanza che va al di là della forma accattivante (e ultimamente un po’ abusata): la condanna di ogni forma d’emarginazione e rifiuto del prossimo; un concetto che, applicato al genere fantascientifico, si risolve in un insolito j’accuse della razza umana verso sé stessa, che ci tiene a sottolineare anche la nostra incurabile idiozia (Wikus pre-contagio è, a tutti gli effetti, un idiota: distrugge un nido di uova aliene con stupefacente nonchalance, tratta i “gamberoni” in modo sprezzante e la sua massima aspirazione è una banale esistenza piccolo-borghese tutt’altro che fantascientifica). Nel tratteggio di un’umanità disumana e burocraticamente disumanizzante (la consegna dei moduli di sfratto agli alieni!) si nota l’influenza di “Brazil” e in generale delle tipiche atmosfere di Gilliam nel raccontare con sotterranea ironia la disperata e orgogliosa resistenza dei “diversi”. Il finale furbamente poetico apre la strada al sequel.

Voto: 7+

Trivia
(Tutti i “gamberoni” che si vedono nel film sono stati creati in computer grafica, ad eccezione di quelli che giacciono sui tavoli della sala operatoria)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.