A Baghdad giorni sempre uguali per l’unità speciale “Bravo Company”, tre artificieri dal delicatissimo compito di disinnescare bombe inesplose (o sul punto di) in giro per il deserto iracheno.
Ritorno al cinema di Kathryn Bigelow a sei anni dal malriuscito “K-19”; l’ex moglie di James Cameron (bella sfida agli Oscar, quest’anno) prosegue la strada del film bellico con un racconto di soli uomini (e uomini soli) che le calza a pennello. La via del low-budget favorisce la riesplosione del suo stile registico dalla grande personalità, già apprezzata nel favoloso “Strange days” e poi un po’ annacquatasi nei lavori successivi: la macchina da presa compie evoluzioni di raro dinamismo e la tensione e il senso di spaesamento dei soldati sono esaltati da un montaggio e da una messa in scena volutamente caotici e privi di punti di riferimento. Sempre riallacciandosi ai suoi film precedenti, la Bigelow continua ad indagare sulle irragionevoli dipendenze dell’essere umano, sempre usate come via di fuga dall’orrore quotidiano e malsane contenitrici di inquietudine ulteriore. Jeremy Renner si mantiene a debita distanza dai clichés del soldato al fronte, ovattando la stupidità del suo personaggio evitando di andare sopra le righe. Obbligatori pedaggi ai capisaldi del cinema di guerra, ma il risultato finale è originale e più che dignitoso, anche perché rinuncia a battere la strada della denuncia alla “guerra ingiusta” per sottolineare la dimensione privata che ogni conflitto genera in ognuno di noi, dentro di noi. Una sequenza iniziale di thriller d’attesa non facile da sopportare. Camei di Ralph Fiennes, Guy Pearce e di Evangeline Lilly, la Kate di “Lost”.

Voto: 7

Trivia
(Secondo James Cameron, ex marito della regista, questo film “sarà il “Platoon” dei film sulla guerra in Iraq”)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.