Twickenham, 1961: Jenny, sedicenne modello dagli ottimi voti a scuola (fuorché in latino), sogna Oxford e Parigi finchè incontra David, un uomo affascinante col doppio dei suoi anni, che le fa cambiare totalmente vita e prospettive.
Dal memoriale della giornalista inglese Lynn Barber, che raccontava una vicenda a lei realmente accaduta, quel furbacchione di Nick Hornby ha tratto la sua prima sceneggiatura cinematografica; la regia è stata affidata alla danese Lone Scherfig che, messi da parte i principi Dogma, si è qui limitata ad una direzione pulita e senza guizzi, perfettamente funzionale al copione. Uno di quei film con cui si va sul sicuro: storia carina e intrigante ma politically correct, attori in parte, morale incorporata e cammei da occhiolino al pubblico (la preside Emma Thompson). Cos’ha di diverso da qualsiasi altra educazione sentimentale fin qui incontrata nelle nostre vite di cinefili? Ben poco, il che comunque non impedisce ad “An education” di guadagnarsi la sufficienza col mestiere e l’olio di gomito con cui affronta e supera i temi classici del genere (il primo amore, la scoperta di sé, le prime dolorose scelte tra dovere e piacere) senza mai risultare noioso o scontato. Piuttosto, non convincono alcuni passaggi singoli come il ripetuto riferimento all’ebraismo di David, un elemento che non ha alcuna rilevanza nella storia e nei suoi comportamenti, o l’atteggiamento alla carlona con cui sono elencati gli hobby e le passioni di Jenny, messi lì più che altro per fare colore invece che per ispessire il personaggio. Prosegue il malcostume di far interpretare ruoli di adolescenti a donne di oltre vent’anni: la sedicenne Jenny è in realtà Carey Mulligan, 24enne inglese intravista quest’anno anche in “Nemico pubblico” di Mann. Impagabile Alfred Molina nel ruolo del padre. Menzione d’onore per “Smoke without fire” la bellissima canzone di Duffy sui titoli di coda, ingiustamente esclusa dalla corsa all’Oscar.

Voto: 7=

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.