Los Angeles, 1962: l’improvvisa e choccante morte del suo compagno fa meditare il suicidio a George, professore di letteratura il cui ultimo giorno di vita serve da bilancio degli incontri e delle esperienze di tutta un’esistenza.
Esordio alla regia dello stilista americano Tom Ford, passato alla storia della moda per il suo leggendario rilancio del marchio Gucci tra i ’90 e i 2000, con un film tratto dall’omonimo romanzo del 1964 di Christopher Isherwood, una pietra miliare della letteratura, il cui valore scavalca comunque le staccionate dei generi sessuali. Persino lapalissiano definirla un’opera di rara eleganza; niente di meno ci si poteva aspettare da quel punto di vista, e sono comunque mirabili la cura e il gusto dei costumi, dell’arredamento, del design (magnifica l’abitazione di George); un’attenzione che si riflette anche nella composizione generale dell’immagine e dell’inquadratura, sempre personale e incisiva senza mai scivolare nella spocchia del creativo. Il racconto della solitudine e del senso di abbandono è portato avanti secondo canoni cari al mélo anglo-americano degli ultimi anni (da Haynes al “The Hours” di Daldry), citato in molti passaggi, fino alle musiche filo-glassiane di Abel Korzeniowski; e comunque, alla sua opera prima, Ford dimostra di possedere una personalità di tutto rispetto, per la padronanza con mano ferma e impeccabile (ecco l’aggettivo: impeccabile) dei propri svolazzi letterari da sceneggiatore acerbo e ambizioso. Nella descrizione priva di stereotipi dell’omosessualità e nel racconto lucido ma non monotono di una storia di ordinarissima disperazione (la scena dei preparativi del suicidio è ad esempio felicemente “fuori sincro”, ma non è l’unico guizzo ironico del film) è una gran bella sorpresa. Colin Firth ottimo, che tocca punte d’eccellenza nella lunga e difficilissima inquadratura della telefonata in cui viene a sapere della morte di Jim.

Voto: 7+

Trivia
(Girato in sole tre settimane)
(Nel suo discorso di ringraziamenti per aver vinto il premio BAFTA come miglior attore, Colin Firth ha ringraziato anche il tecnico che venne a riparare il suo frigorifero proprio nei minuti in cui stava scrivendo una mail a Tom Ford in cui rifiutava il ruolo. In quei minuti Firth riconsiderò la sua posizione e alla fine rinunciò a spedire quella mail)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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