Tredici anni dopo aver sognato il Paese delle meraviglie, Alice – ormai 19enne – viene nuovamente attirata dal Bianconiglio nel Sottomondo: scopre così che i personaggi che aveva incontrato la prima volta sono ora in pericolo, minacciati dalla tirannica Regina di Cuori. Lei e solo lei può riportare il Paese delle meraviglie all’antico splendore.
Tim Burton e il capolavoro di Lewis Carroll sono così evocativi che, combinati, fanno pensare ad una miscela potenzialmente esplosiva dalla quale – ancora prima di aver visto il film – non si può che essere estasiati o almeno affascinati; e ovviamente viceversa, dacché Alice in Wonderland reca con sé aspettative talmente alte che il pizzico più o meno grande di delusione è praticamente inevitabile. Burton cade ahinoi con tutte le scarpe nel rischio più temuto: quello di adagiarsi con imprevedibile pigrizia sullo sfavillante e immaginifico universo carrolliano, mutuandone sia le invenzioni che il linguaggio senza aggiungerci un surplus di fantasia che non sia la trama stessa (l’ipotetica prosecuzione del primo viaggio da parte di un’Alice maggiorenne e quasi in età da marito). La prima parte è un’esposizione sbadigliosa di gradevoli bizzarrie che punta al massimo risultato col minimo sforzo e più volte sfocia nel calligrafico: un po’ poco da chi, molte altre volte, aveva creato dal nulla veri e propri ben di dio e ora – mostrando anche un certo timore reverenziale nei confronti del testo originale, peraltro giustificato – sembra preferire cullarsi sugli allori di un successo annunciato. Il Burton’s touch, pressoché invisibile per oltre metà film (nulla di diverso da una produzione Disney di quelle innocuamente natalizie) o comunque ben nascosto dietro i prodigi del 3D e del motion capture, affiora finalmente nella parte conclusiva, votata all’esaltazione del potere dell’immaginazione e contraddistinta alla buon’ora da un po’ di personalità e sense of humour che rendano più coinvolgente la visione: il personaggio di Alice (la semi-esordiente australiana Mia Wasikowska, ingiudicabile) acquista spessore e ne giova l’intera vicenda, che riesce finalmente a superare la bidimensionalità da catalogo delle Meraviglie del Paese delle Meraviglie. Raramente si è visto un Johnny Depp così sottotono, specialmente se diretto dal suo regista preferito; sostanzialmente sbagliati anche tutti i personaggi secondari, ad eccezione del folle Leprotto Bisestile e in parte della Regina di Cuori, nobilitata dalla consueta grande prova della consorte Helena Bonham Carter. La cosiddetta “deliranza” del Cappellaio Matto è forse la più grande boiata mai concepita dalla mente di Tim Burton.

Voto: 5,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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