Carl Fredricksen è un vecchio venditore di palloncini ormai vedovo dopo la scomparsa dell’amatissima moglie. Pur di non abbandonare la casa che è costretto a lasciare a causa di alcuni lavori nel suo quartiere, se la porta via col vento, trasportata da migliaia di palloncini legati al fondo del camino. La sua meta sono le cascate Paradiso in Sudamerica, il posto dove aveva sempre sognato di vivere con la moglie.
L’ultimo capolavoro Pixar è lo scalino conclusivo del processo di equiparazione tra il cartone animato e il cinema tout court: una realtà certificata anche dall’Academy, che ha inserito “Up” nella diecina dei migliori film dell’anno (onore toccato in passato solamente a “La bella e la bestia” nel 1991, quando i film della categoria erano cinque, la metà). Si risulta finanche banali nel prendere atto delle potenzialità ormai demiurgiche dell’animazione, nel momento in cui un insieme di pixel dalle fattezze di Carl Fredrickson risulta molto più espressivo di uno qualsiasi degli attori – chessò – di un Avatar (per non citare per pudore un qualsiasi prodotto a noi geograficamente più vicino). L’elemento aggiuntivo che rende questo film superiore alla quasi totalità dei suoi simili è l’affrontare temi notoriamente impopolari e scaccia-pubblico come la vecchiaia e la solitudine (sembrano mere e polverose masturbazioni mentali, ma andatelo a dire all’amministrazione finanziaria della Pixar, preoccupata di far quadrare i bilanci dovendo per forza di cose azzeccare il cartone animato estivo) con una passione e una sincerità (ironico a dirsi per un cartoon…) a prova di botteghino. Scena da antologia, la storia d’amore tra Carl e Ellie raccontata in 4’30” completamente muti, di sola musica: fatte le debite proporzioni, sta al cinema d’animazione come la descrizione del logoramento del rapporto tra Kane e sua moglie in “Quarto potere” al cinema classico (la trovate qua sotto). Bellissime musiche di Michael Giacchino, già autore della soundtrack di “Lost”. Il gallinaccio Kevin è fenomenale, mette allegria solo a pensarci.

Voto: 8

Trivia
(Il personaggio di Carl è vagamente ispirato a Spencer Tracy, anche lui legatissimo all’amata moglie Katharine Hepburn)
(Primo film d’animazione e primo film in 3D ad aver avuto l’onore dell’apertura di un Festival di Cannes)
(Carl è stato doppiato in italiano da Giancarlo Giannini e in francese da Charles Aznavour)
(A “Up” è legata una storia molto commovente che riguarda Colby Curtin, una bambina di 10 anni malata terminale di cancro, che aveva espresso come suo ultimo desiderio quello di riuscire a vedere questo film. La Pixar organizzò una proiezione privata nel giugno 2009 a casa della bambina, che però per il dolore non riuscì a tenere gli occhi aperti, tanto che sua madre a fianco dovette raccontarle tutto il film scena per scena. Sette ore dopo la fine del film, Colby morì)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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