Il detective Teddy Daniels sbarca a Shutter Island per indagare sulla scomparsa misteriosa e inspiegabile di una paziente del locale manicomio criminale. Da qui in poi, le cose si complicano.
Dal romanzo di Dennis Lehane, adattato da Laeta Kalogridis (sceneggiatrice di “Alexander” di Oliver Stone e produttrice esecutiva di “Avatar”). Breve preambolo: nessuno mai dovrebbe leggere qualsiasi recensione prima di qualsiasi film (se lo fa, sono problemi suoi); questo è ancor più vero per film come “Shutter Island”, poiché ogni discorso su di esso, anche breve, non può non prescindere da alcuni riferimenti alla trama. Eppure “Shutter Island” ha poco da spartire con i thriller propriamente detti, perché paradossalmente non finisce ma inizia con la “spiegazione”, con la risoluzione del caso. La scena del dialogo chiarificatore – basso escamotage adoperato da moltissimi gialli di terz’ordine per semplificare, banalizzandola, la comprensione allo spettatore – spalanca qui le porte di un mondo che è poi il consueto universo di paranoie, improvvisi smarrimenti di senso, interruttori che scattano e luci (o fiammiferi) che si spengono. Non c’è nulla di compiacente o peggio ancora di commerciale nell’impalcatura thriller che Scorsese allestisce dal romanzo di Dennis Lehane, nonostante sia come sempre ricca di suggestioni cinefile e auto-citazioni (la mente corre subito a “Cape Fear”, ma in certe atmosfere, in certi anfratti sordidi ci è sembrato persino di sentire l’eco di “Angel Heart” di Alan Parker); essa è necessaria per seminare il dubbio e accompagnare Teddy Daniels nella sua discesa agli inferi (tra l’altro, a ben vedere, gli indizi vengono seminati con abbondanza già dall’inizio), ma nel centro del mirino c’è invece il classico archetipo dell’Uomo scorsesiano, la cui insanità mentale nasconde motivazioni qui più digeribili e assolutorie (vorremmo scrivere rassicuranti, ma ci sembra troppo) che in passato. Il flashback in riva al lago, scena sinceramente agghiacciante, è però un pugno nello stomaco che scoperchia all’improvviso il capientissimo vaso di Pandora ricolmo di sensi di colpa che fin dai tempi di “Mean Streets” fa bella mostra di sé all’ingresso di casa Scorsese. Il bellissimo finale brilla di luce propria perché, pur nella sua fortissima drammaticità, non rinuncia a offrire uno squarcio di ragionevolezza: il personaggio di DiCaprio è un Travis Bickle che fa piazza pulita non degli altri, ma di se stesso.

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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