Roma, triangolo amoroso all’ombra del Sessantotto tra una studentessa borghese che si appassiona alla contestazione e divide il suo cuore tra il carismatico leader delle proteste e un poliziotto infiltrato con velleità da attore.
Il glorioso Sessantotto ridotto a burletta, a materiale stereotipato e polveroso degno di un documentario di Raitre, oscurato dalle vere Storie che piacciono al nostro cinema: scopate e piagnistei a getto continuo che inondano i cento minuti e passa di un film imperdonabile e obbrobrioso che merita di essere stroncato anche al di là dei propri demeriti (comunque enormi), perchè è stato promosso a portabandiera di una rassegna internazionale come lo scorso festival di Venezia. Dopo la circostanza fortunata di “Romanzo Criminale”, Michele Placido torna alla sconfortante cifra artistica cui ci aveva abituato con i suoi primi lungometraggi: film scritto da cani, con scelte registiche più che discutibili (ad esempio, perchè imbottirlo di ralenty? Nel ’68 non ci aveva ancora pensato neanche Peckinpah) e un pernicioso abuso di montaggi alternati con esiti a volte nefasti (il ping pong tra il primo attacco dei poliziotti alla Sapienza e la scena di sesso Scamarcio-Trinca è tra le cinque peggiori scene del 2009). Facciamo un esempio: i primi fuochi della contestazione montante vengono rappresentati con la seguente scena, un professore barbuto che legge Dante e uno studente che improvvisamente e senza motivo lo apostrofa “Professore, ma che cazzo sta dicendo?”. Tutto è fumoso, confuso, incomprensibile, ogni tanto qualcuno si mena, volano delle molotov, due slogan, una canna, una pomiciata in biblioteca. I temi portanti della “eve of destruction” non vengono sfiorati neanche per sbaglio, nè pare ci sia l’effettiva volontà di farlo: i lutti, le traggggedie familiari, le corna e i sospiri la fanno da padroni per tutto il film, riducendo l’ultima mezz’ora a un lacrimatoio da campo degno di una puntata del Grande Fratello. Dev’essere per questo che ha avuto un certo successo, specie tra gli adolescenti che giocano a fare i grandi.

Voto: 2+

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.