Un elegante signore anziano, sfigurato da un misterioso incidente, offre a una coppia in difficoltà economiche (lei insegnante con un handicap al piede, lui mancato astronauta) un milione di dollari: tutto ciò che dovranno fare è schiacciare un pulsante che provocherà la morte di uno sconosciuto.
Dal racconto “Button, button” di Richard Matheson, già autore del romanzo da cui è stato tratto “Io sono leggenda” (un racconto che, a noi biechi italiani, sembra aver molto a che spartire con la trama di “Un mandarino per Teo”, commedia musicale di Mario Mattoli datata 1960). Richard Kelly, chi era costui? L’autore del piccolo cult “Donnie Darko” – passato clandestino nei cinema ma rinato a nuova vita grazie al passaparola dei DVD nel 2004 – è arrivato nel frattempo al suo terzo film (il secondo è il malriuscito “Southland Tales”), un fanta-thriller ad alto rischio di guazzabuglio che nel finale esonda per eccesso di generosità e carne al fuoco. Le citazioni di sci-fi sono disseminate con classe e abbracciano tutto il gotha del genere, da “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Spielberg, che ne ha ispirato la descrizione dell’atmosfera di fremente attesa, alle suggestioni kubrickiane (il pulsante è indiscutibilmente l’occhio rosso di HAL 9000, e l’esperienza “acquatica” di Arthur ricorda da vicino il trip dell’astronauta – anche se Kelly non ha il coraggio e l’autorevolezza per farlo durare oltre dieci minuti). Non mancano inoltre i più che doverosi inchini a Lynch, nume tutelare per qualsiasi sequenza surreal-grottesca che si rispetti. A una prima parte ammirevole per tenuta registica ancor prima che narrativa, in cui mai un’inquadratura è buttata lì tanto per fare ma ricalca cromaticamente e geometricamente il cinema e la tv americana anni ’70, risponde una seconda parte in cui i nodi che devono fatalmente venire al pettine sono più tignosi del previsto. Ma non si degenera mai, al limite ci si confonde nel tentativo un po’ goffo di fornire una “soluzione” su cui, con un pizzico di naiveté del plot in meno, si poteva addirittura sorvolare. Finale molto più che dignitoso e “di mestiere”, che segna la differenza tra il resto della concorrenza e questo regista atipico, ancor giovane, fortemente convinto del materiale che scrive e che filma: i suoi universi paralleli sono attesi tra qualche anno a una maturazione verso una direzione più “umanistica”, ma gli strumenti e la tecnica ci sono, e la voglia di rischiare anche. Stroncato un po’ dappertutto, ma per chi non sopporta i film precotti o i thrillerazzi estivi da due soldi, “The Box” è una buonissima occasione per lasciarsi sorprendere.

Voto: 7-

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.