Kubrick, Amélie, gli universi paralleli, la Big Bang Theory, Lost, Alain Resnais, Spielberg, “Apri gli occhi” e tanto altro ancora. La pluri-cinefilia del belgo Jaco Van Dormael, vent’anni di carriera ma solo tre film all’attivo, è il frutto del ricordo, della fantasia, dello sguardo da sognatore con cui è solito avvicinarsi al mondo dietro la macchina da presa (ed è anche giustificata dagli sviluppi della storia, e dal “disvelamento” finale). In questo suo terzo lavoro, molto ambizioso e complesso, dalla lunga gestazione in fase di scrittura, s’indaga sulle Scelte che influenzano e indirizzano le nostre esistenze, con esaurienza pari alla semplicità con cui viene affrontata una materia alquanto ingarbugliata, avvitata com’è intorno ai risvolti pratici della Teoria delle Stringhe e dei suoi derivati (anch’essa illustrata con chiarezza esemplare). Il mix di generi (fantascienza à la Matrix, storia di formazione alla Benjamin Button, appassionato teen drama sul più classico degli amori impossibili) non disturba nè sembra posticcio, ci si lascia docilmente portare per mano in questa irresistibile galleria di occasioni e situazioni alla “Smoking/No Smoking” (citato espressamente con la scritta della carrozza fumatori ben visibile sul treno della madre di Nemo). Eccellente la regia di Van Dormael, che rifugge ogni banalità e si pone alla continua ricerca del preziosismo mai fine a se stesso (segnaliamo la goccia di pioggia che ricorda la soggettiva del fiocco di neve in una scena de “Le regole dell’attrazione” di Roger Avary), sempre poetico, nobilitato dalla ricca colonna sonora. La conclusione, limpida e ingenua fino alla commozione, è: qualsiasi decisione si prenda, a prescindere che esse poi si rivelino giuste o sbagliate, la vita è un colpo di fortuna che merita sempre e comunque di essere vissuto. Vi pare poco? Coi tempi (e coi film) che corrono, sembra quasi una rivoluzione. Mai uscito in Italia.

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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