Dopo aver fallito la qualificazione al Mondiale 1974, la Federazione inglese affida la panchina della Nazionale a Don Revie, artefice dei successi del Leeds a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Sulla panchina viene chiamato nientemeno che Brian Clough, giovane e arrogante manager che ha trascinato il piccolo Derby County dai bassifondi della seconda divisione al titolo nazionale.
La storia di Brian Clough è più che un film: le imprese del “vecchio testone” che è riuscito a portare sul tetto d’Inghilterra e d’Europa due club alla periferia del calcio britannico non hanno eguali nella storia del calcio inglese e internazionale (ancora oggi il Nottingham Forest è l’unico club d’Europa che ha vinto più coppe dei Campioni che titoli nazionali). Naturale che se ne facesse un film, naturale che se ne occupasse Peter Morgan, specialista in bio-pic (suoi già i pregevoli copioni di “The Queen” e “Frost/Nixon”), naturale che a interpretarlo fosse Michael Sheen (già Tony Blair e David Frost nei due film suddetti). Meno ovvio che il film, tratto per l’esattezza dall’omonimo romanzo di David Peace, si concentri sul periodo più buio della carriera di Clough: i suoi famigerati 44 giorni da manager dell’odiato Leeds United fino a quando, schiacciato dal peso della voglia di vendetta e di rivalsa contro l’ex allenatore Don Revie e osteggiato dalla fronda interna capitanata dai senatori della squadra, fu licenziato. Un accorgimento tipico di Morgan, sempre a suo agio con le piccole storie di personaggi famosi, tanto da auto-citarsi in alcuni passaggi di questo film (la telefonata notturna a Revie di uno sfatto Clough sembra la stessa di quella di Nixon a David Frost); più in generale, un film che conferma che gli inglesi sono gli unici che sanno scrivere e realizzare film sul calcio degni di questo nome. Nonostante gli ovvi difetti e il vasto uso di stereotipi, semplificazioni e omissis (dopo la famosa Juve-Derby 3-1 di coppa Campioni 1973, Clough non mancò di dare dei “cheating bastards” ai giocatori bianconeri e accusare pesantemente la terna arbitrale tedesca), è un’opera sincera, appassionata e appassionante, ben recitata e diretta in modo competente, nonostante un abuso nella versione italiana del vocabolo “fottuto” in tutte le sue accezioni. Da noi, peraltro, è uscito solo in DVD. I tradizionali titoli di coda che ci informano sul destino dei vari protagonisti sembrano più suggestivi con il sottofondo di “Queen Bitch” di David Bowie.

Voto: 7-

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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