Caden Cotard è un affermato regista teatrale che alle soglie della mezza età inizia a perdere tutto ciò che rappresenta la sua vita: la moglie scappa a Berlino con la figlia e un’ambigua amica, l’ispirazione inizia improvvisamente a mancare e inoltre comincia a soffrire di strani sintomi di malattie non meglio precisate. Qual è il senso?
Esordio alla regia di quel gran genio di Charlie Kaufman, il più formidabile sceneggiatore degli ultimi quindici anni. Film intricato e inestricabile, che non fa nulla per piacere e lasciarsi amare; pure, un film bellissimo, che ci sentiamo caldamente di sconsigliare a chiunque. “Synecdoche, New York” (assonanza con Schenectady, contea dello stato di New York) è deprimente e disperato, un’elegia funebre senza speranza che insiste, con crudeltà apparentemente gratuita ma in realtà semplicemente clinica, sugli aspetti più sordidi e marci dell’esistenza. L’unico modo per esprimere il rifiuto della morte è l’assecondamento delle pulsioni sessuali, vive anche in età avanzata, usate talvolta anche per allontanarsi da sé e per auto-annullarsi. Un copione straordinariamente ambizioso, ricco di invenzioni lessicali e figure retoriche che necessitano obbligatoriamente di una seconda e di una terza visione. Le citazioni superficiali di “8 1/2” e “All that Jazz” svaniscono quando ci si addentra nelle profondità della materia kaufmaniana, un’opera alleniana-adulta ultracerebrale in cui l’umorismo è solo distruttivo e qualsiasi riflessione sul senso della vita è votata all’inconcludenza. Scene fortissime, con parole tremende: Olive in punto di morte che pretende il perdono paterno, Olive e Caden al peep-show, la casa di Hazel costantemente in fiamme, gli insistiti dettagli su feci, denti, attività igieniche in generale. Seymour Hoffman impeccabile in un ruolo ingrato, di difficoltà estrema; nel notevolissimo cast femminile spicca la Hazel di Samantha Morton, unica donna degna di interesse e nota nel tristo universo di Caden. Kaufman non ha pietà: la fa morire all’indomani del giorno più bello della loro vita.

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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