Claudio, manovale con velleità da impresario edile, ed Elena aspettano il loro terzo figlio. Lei muore di parto, e lui non trova di meglio che elaborare il lutto inseguendo il miraggio dei soldi facili.
Non si può parlare de “La nostra vita” senza lanciarsi innanzitutto in sperticati elogi per Elio Germano, unico attore italiano – ci ripetiamo – capace di reggere un primo piano per decine di secondi non solo risultando credibile, ma anche suscitando l’immediata empatia e commozione dello spettatore (la pluricitata scena del funerale in cui canta “Anima fragile” di Vasco è esempio tanto banale quanto pertinente). Quando l’inquadratura si restringe e nel nostro campo visivo c’è spazio solo per il volto dell’attore, la minima incertezza recitativa risulta fatale: non è il caso di Germano, unico nel nostro panorama a non temere i primi piani, anzi a incoraggiarli, consapevole di una vitalità e di una sfrontatezza che si rifanno ai grandissimi del nostro cinema.
Detto ciò, “La nostra vita” è un film appena appena sufficiente, che Daniele Luchetti decide giustamente di cucire addosso al suo formidabile attore (premiato a Cannes nel terribile disinteresse delle nostre istituzioni). A essere sacrificata è una storia che solo in parte si fa denuncia sociale e culturale, pur aprendo spiragli a un tema forte e meritevole di miglior trattamento: i soldi come palliativo al lutto, al dolore, a qualsiasi malessere. Una concezione del denaro più diffusa di ciò che si creda, ma ridotta a semplice tempesta passeggera nella mente di un bravo figliuolo che torna sulla retta via grazie alla Famiglia (la famiglia! Cosa rimarrebbe del cinema italiano dell’ultimo ventennio senza pranzi e cene in famiglia). Il film perde progressivamente mordente e cade nel risaputo e nel cliché, mantenendo qualche motivo d’interesse solo nell’illustrazione salace e originale della vita da cantiere. Luchetti, storico discepolo di Nanni Moretti, fa un passo indietro rispetto al brillante “Mio fratello è figlio unico” firmando una pellicola in salsa Piddì infestata dal buonismo e dalla smania di una morale a tutti i costi. I soldi non fanno la felicità e non aiutano a superare un dolore: sai che novità. Luchetti ama affidare i ruoli secondari ad attori che hanno costruito le loro carriere su ruoli del tutto opposti: dopo il Celestini prete e lo Zingaretti fascista del film precedente, ecco uno Zingaretti (ancora) spacciatore e un Raoul Bova sfigato.

Voto: 6-

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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