Dal 1976 al 1982, la feroce dittatura dei colonnelli produsse in Argentina migliaia di morti e di desaparecidos, solitamente gettati vivi nell’oceano Atlantico. Il Garage Olimpo, una delle carceri improvvisate che ospitarono centinaia di dissidenti e oppositori del regime, è uno dei luoghi da incubo di questa storia.
Il miglior film di Marco Bechis, madre cilena e padre italiano, regista apolide che ha vissuto in Brasile, Argentina, Italia, Francia e Stati Uniti. Come sempre succede per pellicole del genere, riesce difficile scindere il valore assoluto del film dal lavoro meritorio di un’opera così cruda e dolorosa nel denunciare le aberrazioni del regime argentino, così com’è impossibile formulare un giudizio senza lasciarsi condizionare dall’emotività (la scena finale, pure così algida e prevedibile, è sinceramente agghiacciante). Film intriso di dolore e malessere, meno puntiglioso di suoi omologhi nella ricostruzione d’epoca e nella denuncia dei crimini degli sgherri di Videla, più lancinante nella sua programmatica ineluttabilità, che riduce noi spettatori al rango di prigionieri del Garage Olimpo: niente più che topi in trappola. L’orrore e la disumanità di un periodo neanche troppo lontano nel tempo, di cui molti responsabili sono ancora vivi, viene distillato quasi con crudeltà in sequenze di violenta freddezza: il suicidio del delatore, il prete che cerca di estorcere dei nomi alla moglie del desaparecido (metaforica denuncia delle responsabilità della Chiesa Cattolica – e come ti sbagli). Fa stare male, com’è giusto che sia.

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.