6 aprile 2009, ore 3:32. Terremoto in Abruzzo.
Si può piangere guardando “Draquila”. Non serve essere cittadini aquilani per tremare di fronte alla compostezza di Giustino Parisse, giornalista di Onna a cui la notte del terremoto la sorte ha riservato il più crudele dei destini, assistere inerme alla morte dei suoi due figli, rassicurati due ore prima – all’arrivo delle scosse “preparatrici” -, con lui a sua volta forte delle rassicurazioni della Protezione Civile. Non serve essere anziani per compatire la straziante solitudine dei vecchi abitanti strappati via a forza dalla loro città e costretti all’esilio negli alberghi sulle coste, anche se basterebbero dieci giorni e trenta operai per riparare le case lesionate dal sisma. E si può piangere per tanti motivi: dolore condiviso, vaga e indefinibile tristezza, rabbia, indignazione. Dacchè l’Italia è un Paese in cui i suoi abitanti più ignoranti aspirano a rimanere tali, è molto probabile che gran parte degli spettatori di “Draquila” conoscesse già molti dei fatti esposti, dal polverone mediatico montato nei mesi immediatamente successivi al terremoto alle penose intercettazioni sulla cricca di Bertolaso. Si rimane atterriti lo stesso, però, a vederli sfilare in sequenza. Sarà anche retorico e ricattatorio insistere sui volti dei cittadini offesi, ma è un ricatto contro chi? E’ bene, invece, che sia ricattatorio contro la “dittatura della merda”, secondo l’efficace sintesi dell’anonimo vecchietto che chiude il film con una considerazione agghiacciante.
Sabina Guzzanti, che da monologhista non irresistibile si sta trasformando in un’autrice di documentari impeccabili: informano, indignano, se è il caso raggelano. Mentre “Viva Zapatero”, pur brillante, insisteva su un tasto apparentemente marginale come quello del controllo dell’informazione, che si esponeva al chissenefrega dei meno interessati, “Draquila” è un film inattaccabile da quel punto di vista: il degrado morale e civile dell’Italia si esprime sotto mille forme che all’Aquila si sono incontrate nei particolari più impensabili, dal centro presidiato dai militari all’obbligo di sloggiare dalle tende, fino all’assurdo divieto di appendere un chiodo nelle “nuove case” inaugurate da Berlusconi nel giorno del suo compleanno. Ancora un po’ troppo verbosa, ma supportata da un montaggio incalzante, la Guzzanti sveste i panni della mattatrice per porsi delicatamente, senza trucco e coi capelli sporchi, allo stesso livello dei suoi intervistati.
I tempi della produzione e la volontà di presentare il film in tempo per il Festival di Cannes, dov’è stato accolto calorosamente senza la presenza di alcun esponente del governo italiano, hanno impedito di inserire nell’opera gli ultimi più grotteschi risvolti, dalle cariche della polizia ai manifestanti aquilani giunti a Roma per manifestare alle deliranti dichiarazioni di Berlusconi che consiglia ai membri della Protezione Civile di non andare in Abruzzo “perchè dopo l’apertura dell’inchiesta rischiano che qualcuno che ha avuto dei familiari morti e con una mente fragile, gli spari un colpo in testa” (8 giugno 2010). Come si vede, la realtà senza filtri è spesso più sbalorditiva delle ricostruzioni.

Voto: 7+

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