Mark Elliott Zuckerberg è uno studente asociale e immerso nel nerdismo quando nel 2004, scopiazzando vagamente una primigenia idea altrui di social network interno ad Harvard, inventa Facebook. Sette anni dopo è il più giovane miliardario al mondo. E allora, con chi state?

Ottavo film di David Fincher, che dopo la parentesi sin troppo commerciale di “The curious case of Benjamin Button” torna a battere con moderazione i sentieri dell’autorialità. Scriviamo “con moderazione” perchè questo è il classico film che punta apertamente e a ragion veduta all’Oscar, poiché sceglie di parlare di una moda (facendosi esso stesso moda) e si pone perciò, solo per questo, all’attenzione generale di tutto ciò che scavalca e sminuisce il cinema. Si parlerà molto di “The Social Network” come “il film su Facebook”, e molti che lo faranno probabilmente non l’avranno neanche visto.

E naturalmente “The Social Network” non è “un film su Facebook”, semmai un film sul capitalismo o sulla fine di esso. Scritto magnificamente da Aaron Sorkin, è attraversato dalla briosa e frenetica concitazione dei topi che abbandonano la nave che affonda. Un incipit folgorante e una memorabile sequenza finale. Non è un film su “come Zuckerberg ha fatto a inventare Facebook”, ma sul come si sopravvive a cotanta impresa. Parlato a mille all’ora, con passaggi spesso di difficile comprensione, non si limita a porre il denaro e il sesso al di sopra di ogni cosa, ma li elegge – è questa la novità – a traguardo raggiungibile per qualunque essere umano. Quando ammiravamo Gordon Gekko nel primo “Wall Street”, elegantissimo e magnetico, con le sue camicie e le sue scarpe da migliaia di dollari, ci sembrava subito inarrivabile; di fronte alla felpa sfigata del signor Zuckerberg constatiamo invece quanto questo processo sia diventato incontrollabile anche per chi ne è protagonista, come una bicicletta in discesa cui si sono appena rotti i freni. Lo schianto non è ancora arrivato, e probabilmente quello economico non arriverà mai (ma è lì ad ammonirci il personaggio di Sean Parker, reso perfettamente da uno straordinario Justin Timberlake – e mai avremmo pensato di associare le parole “Justin Timberlake” alla parola “straordinario”), ma il prezzo da pagare è come sempre sotto gli occhi di tutti, in quel meccanico F5 premuto ogni cinque secondi con l’espressione catatonica dietro la quale affiora la disperazione. Niente di nuovo, niente di originale, è la tragicommedia umana, sempre uguale a prescindere dal conto corrente e dal numero di amici su Facebook. Ecco perchè alla fine arrivano i Beatles.

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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