Uno scrittore di terz’ordine viene arruolato dallo staff dell’ex primo ministro britannico Adam Lang per scriverne come ghost writer l’autobiografia, dopo che il precedente autore è morto in circostanze misteriose. E in effetti, chi è davvero Adam Lang?

Roman Polanski e il thriller hitchcockiano, un connubio tra i più classici e ripetuti del cinema mondiale degli ultimi quarant’anni. “L’uomo nell’ombra” (ma perchè non mantenere una volta tanto il titolo originale, “The Ghost Writer”, termine ormai di uso comune anche nella nostra lingua?) è un adattamento di un romanzo di Robert Harris che non aggiunge nulla alla produzione del regista parigino, sempre alle prese con le sue paranoie complottiste (rivolte sempre più miratamente all’amata-odiata America), con le sue gocce di surrealtà (il GPS) in una solida impalcatura da film di spionaggio anni ’70, con il suo tema del passato che ritorna ossessivamente, con il suo stillicidio di indizi che conducono solo a un indizio più grande, in un meccanismo di scatole cinesi da mandare infine gustosamente a scatafascio in tre scene. Repetita iuvant: come a Hitchcock della trama non importava mai un granché, Polanski non sembra mai nutrire grossa simpatia per le vicende del suo ombroso scribacchino (Ewan McGregor monocorde come ogni buon attore polanskiano, e più sono illustri più devono essere inerti, dall’Harrison Ford di “Frantic” al Johnny Depp de “La nona porta”. Solo Jack Nicholson fu refrattario alla regola). Più interessante apprezzare l’abilità, sempre immutata, con cui il regista confeziona un film “di maniera” eppure squisitamente impeccabile, sia nel ritmo che nelle connessioni logiche tra scena e scena, rese senza mai una parola di troppo. Trattasi dunque di innocuo passatempo da arresti domiciliari (poi revocati)? Anche se fosse un Polanski incarognito e petulante, rimarrebbe sempre un Polanski.

Voto: 7-

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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