Ferdinando Cefalù, nobile spiantato, anelerebbe a ghermire la giovane e illibata cugina Angela, ma deve prima levarsi dai piedi la moglie. Ma la Legge giunge in suo soccorso.

Forse il più acido, corrosivo e grottesco tra i capolavori della commedia all’italiana dei primi anni ’60. La visione del mondo amara ma sotterraneamente assolutoria di altre pellicole lascia il posto a un quadro rancido e compromesso in cui la morale comune e finanche il Codice Penale sono sapientemente messi in burletta da una sceneggiatura magistrale. Un Mastroianni impagabile ci aggiunge il carico da undici con l’interpretazione di Fefé Cefalù, credibile e farsesco al tempo stesso, tenuto sapientemente giù di tono in un’atmosfera sempre sopra le righe. Registicamente innovativo, con un registro che enfatizza la caricatura (le scene accelerate) con soluzioni ardite per l’epoca (la scena “all’indietro”). Grande successo anche in America, dove non si limitarono ad apprezzare l’interpretazione di Mastroianni (primo attore italiano della storia a ricevere una nomination all’Oscar) e a prendere per oro colato la messa in scena della realtà siciliana, ma riconobbero la bontà della sceneggiatura di Germi-Giannetti-De Concini, premiata dall’Academy. Divertentissimo anche nelle sue parentesi meta-cinematografiche (Mastroianni che va al cinema a vedere… un film di Mastroianni).
Non bisogna dimenticare che ciò che oggi può sembrare una visione quasi razzista della Sicilia, di certo infarcita di stereotipi, era ai tempi giustificata dall’esistenza del codicillo sul delitto d’onore, rimasto in vigore sino al 1981..

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.