Rosario, ristoratore napoletano emigrato da 15 anni in Germania per circostanze poco chiare, riceve all’improvviso l’inattesa visita del figlio Diego, che non vedeva dal giorno della partenza. E’ così costretto a far tornare a galla un passato che sperava di aver rimosso.
Se il cinema italiano avesse più rispetto per il glorioso genere noir, non lo ridurrebbe a una mera questione di copia/incolla. “Una vita tranquilla”, terzo lungometraggio del padovano Claudio Cupellini, ha questo unico, enorme difetto: manca di originalità, manca di inventiva, manca di passione. A tratti vero e proprio remake dichiarato de “Le conseguenze dell’amore”, non ne possiede naturalmente la personalità e il carisma di chi dice una cosa per primo, e si rassegna a essere, per gli spettatori consapevoli, niente più che uno splendido pappagallo. La tensione e l’atmosfera sono indiscutibili, come anche qualche frammento di bel cinema (in particolare, la scena dell’omicidio del contabile) e un discreto disegno dei personaggi principali (quelli di scorta sono privi di spessore, dalla moglie tedesca alla cameriera). Nei suoi 105 minuti di andatura regolare, non riesce mai ad allontanare la fastidiosa sensazione di déjà-vu che lo mina alla base, rendendo poca giustizia alla solita performance servilliana, che proprio non può nascondere il memorabile Titta Di Girolamo quando la sceneggiatura prevede situazioni e scene a volte identiche al film di Sorrentino (la discesa in Campania dal Nord Europa, la “nuova vita” del protagonista che cela invece un terribile segreto, le musiche avanguardiste del solito Teho Teardo). Le conseguenze dell’amore paterno. Degli innamoramenti per un attore di cui il cinema italiano cade regolarmente vittima negli ultimi 15 anni (ricordiamo in passato quelli travolgenti per Castellitto, Elio Germano e ahinoi per Stefano Accorsi), quello per Tony Servillo è sicuramente il più sensato e ammirevole, ma non c’è da stare allegri se l’intero peso di un film viene riversato sulle pur larghissime spalle del formidabile attore napoletano. Nonostante qualche recensione quasi entusiasta di una critica che si muove talvolta secondo fini velatamente politici, è un’opera non più che discreta per merito quasi esclusivo di un fuoriclasse che oggi è tra i primi cinque attori al mondo in circolazione.

Voto: 6

Un autotrasportatore americano si risveglia in una bara, sepolto in un punto imprecisato del deserto iracheno: accanto a lui, solo un accendino zippo e un telefonino di cui ignora la provenienza. Come c’è finito? Chi ce l’ha messo? E soprattutto, come uscirne?
Il più efficace incubo cinematografico degli ultimi tempi porta la firma dello spagnolo Rodrigo Cortes e del suo connazionale Chris Sparling, autore della sceneggiatura che ha stregato il Sundance e si è imposta come uno dei fenomeni degli ultimi dodici mesi. Al di là delle ovvie considerazioni sul virtuosismo di una regia e di un’opera che regge per 94 minuti con un solo attore e un set ridotto a una scatola di due metri per uno, “Buried” è uno sfacciato guanto di sfida alle leggi dello spettacolo, come tanti ne sono stati lanciati nei decenni da registi anche più illustri (per limitarci alla superficie, Hitchcock si cimentò per due volte in imprese simili, con “Nodo alla gola” e l’ancora più estremo “Prigionieri dell’oceano”). La sfida di Paul Conroy va di pari passo con quella di Cortes, vinta in extremis grazie a un finale pazzesco a cui sarebbe criminale solo fare il minimo riferimento. Prima, però, la ridda infernale di telefonate, richieste d’aiuto, imprecazioni e sudore stufa dopo un’ora e non si può impedire allo spettatore di scalpitare per arrivare alla conclusione della vicenda. E’ comunque significativo come, pur in un film modernissimo e per certi versi rivoluzionario come questo, si faccia ricorso ai vecchi trucchetti da sceneggiatura classica, ben ricca di diversivi ed elementi distrattori (il serpente, la struggente telefonata alla madre). Nonostante qualche sbadiglio di troppo, dovuto all’inazione, bisogna ammettere che il copione non presenta una sola smagliatura. Un grande piccolo film.