Due fidanzati trentenni, molto felici e molto precari, devono fare i conti con l’inatteso arrivo di un figlio, e si trasferiscono perciò in Colorado per avere un appoggio dai genitori di lui. Ma, appena arrivata, la coppia viene inopinatamente piantata in asso dai due vecchietti, in procinto di andarsene in Europa. Che fare?
Il quinto film di Sam Mendes esce in Italia solo ora, a oltre un anno e mezzo dall’uscita nei cinema americani, praticamente con un anno di ritardo rispetto al resto d’Europa. Non c’è fine al ridicolo: il titolo originale, Away we go, viene tradotto con un altro titolo… in inglese. Passato praticamente inosservato nel Nuovo Continente, senza la fortuna di pubblico e critica toccata ad altre pellicole indipendenti del genere road-movie, da About Schmidt a Little Miss Sunshine, è un film che quella fortuna la meriterebbe. Non avrà l’originalità per assurgere al rango di cult-movie, come ad esempio un Sideways, ma l’Odissea dei non-coniugi Burt Farlander e Verona De Tessant nell’America disperata e disperante degli Stati e delle città meno pubblicizzate ha qualcosa di romantico e universale. American Life è consapevolmente il lato luminoso di Revolutionary Road, uno dei film più deprimenti e dolorosi mai partoriti dal cinema americano mainstream nell’ultimo ventennio; è una commedia spesso divertentissima che guarda negli occhi i mali della contemporaneità (la mancanza di lavoro, l’insicurezza in se stessi e negli altri, la paura di essere abbandonati e rivelarsi dei “falliti” che provoca disagio sociale ed esistenziale) muovendosi saggiamente nel solco tracciato dagli indie movies citati in precedenza, ma conservandone il brio e il bonario spirito critico. L’operazione è simile a quella tentata qualche anno fa con Jarhead per il genere bellico, ma il risultato è di gran lunga superiore. Perciò, menzione d’onore per gli sceneggiatori Vendela Vida e Dave Eggers, moglie e marito anche nella vita, quest’ultimo anche autore dello script del notevolissimo Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze.

Voto: 7+

Un autotrasportatore americano si risveglia in una bara, sepolto in un punto imprecisato del deserto iracheno: accanto a lui, solo un accendino zippo e un telefonino di cui ignora la provenienza. Come c’è finito? Chi ce l’ha messo? E soprattutto, come uscirne?
Il più efficace incubo cinematografico degli ultimi tempi porta la firma dello spagnolo Rodrigo Cortes e del suo connazionale Chris Sparling, autore della sceneggiatura che ha stregato il Sundance e si è imposta come uno dei fenomeni degli ultimi dodici mesi. Al di là delle ovvie considerazioni sul virtuosismo di una regia e di un’opera che regge per 94 minuti con un solo attore e un set ridotto a una scatola di due metri per uno, “Buried” è uno sfacciato guanto di sfida alle leggi dello spettacolo, come tanti ne sono stati lanciati nei decenni da registi anche più illustri (per limitarci alla superficie, Hitchcock si cimentò per due volte in imprese simili, con “Nodo alla gola” e l’ancora più estremo “Prigionieri dell’oceano”). La sfida di Paul Conroy va di pari passo con quella di Cortes, vinta in extremis grazie a un finale pazzesco a cui sarebbe criminale solo fare il minimo riferimento. Prima, però, la ridda infernale di telefonate, richieste d’aiuto, imprecazioni e sudore stufa dopo un’ora e non si può impedire allo spettatore di scalpitare per arrivare alla conclusione della vicenda. E’ comunque significativo come, pur in un film modernissimo e per certi versi rivoluzionario come questo, si faccia ricorso ai vecchi trucchetti da sceneggiatura classica, ben ricca di diversivi ed elementi distrattori (il serpente, la struggente telefonata alla madre). Nonostante qualche sbadiglio di troppo, dovuto all’inazione, bisogna ammettere che il copione non presenta una sola smagliatura. Un grande piccolo film.
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