Aldo (disoccupato col vizio del gioco d’azzardo), Giovanni (veterinario dongiovanni con la moglie a Milano e l’amante in Svizzera) e Giacomo (stimato medico che non ha ancora superato il trauma della moglie morta da 12 anni) vengono arrestati per un equivoco la sera della vigilia di Natale.
Come da tradizione dicembrina negli anni pari, tornano al cinema Aldo Giovanni e Giacomo. Dopo il brutto scivolone di due anni fa (“Il cosmo sul comò”, il loro lavoro peggiore), il trio riparte da una più rassicurante (per le casse della Medusa) ambientazione natalizia, per la prima volta nella loro filmografia. E’ Natale e il convento passa ben poco, e dando un’occhiata alla programmazione di una qualsiasi multisala italiana si deve convenire che AG&G fanno la figura dei Taviani se comparati alla popò che stanno proiettando qualche metro più avanti. Accontentandoci dell’acqua minerale (l’abbiamo già scritto che è Natale?), si può perfino rimanere compiaciuti di fronte a due o tre citazioni (“Matrix”, “Le Iene”, finanche “Il grande Lebowski”) elargite con generosità a una platea che tanto, in gran parte, non le coglierà, e apprezzare la sofisticatezza dell’intreccio interamente raccontato in flashback. Il film è carino, non nuoce, non offende l’intelligenza altrui, intrattiene, fa spesso sorridere e più raramente ridere (ma il monologo delirante con cui Aldo cerca di riconquistare l’amata è da applausi). Cast di comprimari all’altezza, più ricco e variegato che in passato: si distinguono l’usuraio Popolizio e l’ispettrice Finocchiaro, seppur col freno a mano tirato. Di questo periodo basta e avanza, e merita perfino un’ampia sufficienza.

Voto: 6,5

Un autotrasportatore americano si risveglia in una bara, sepolto in un punto imprecisato del deserto iracheno: accanto a lui, solo un accendino zippo e un telefonino di cui ignora la provenienza. Come c’è finito? Chi ce l’ha messo? E soprattutto, come uscirne?
Il più efficace incubo cinematografico degli ultimi tempi porta la firma dello spagnolo Rodrigo Cortes e del suo connazionale Chris Sparling, autore della sceneggiatura che ha stregato il Sundance e si è imposta come uno dei fenomeni degli ultimi dodici mesi. Al di là delle ovvie considerazioni sul virtuosismo di una regia e di un’opera che regge per 94 minuti con un solo attore e un set ridotto a una scatola di due metri per uno, “Buried” è uno sfacciato guanto di sfida alle leggi dello spettacolo, come tanti ne sono stati lanciati nei decenni da registi anche più illustri (per limitarci alla superficie, Hitchcock si cimentò per due volte in imprese simili, con “Nodo alla gola” e l’ancora più estremo “Prigionieri dell’oceano”). La sfida di Paul Conroy va di pari passo con quella di Cortes, vinta in extremis grazie a un finale pazzesco a cui sarebbe criminale solo fare il minimo riferimento. Prima, però, la ridda infernale di telefonate, richieste d’aiuto, imprecazioni e sudore stufa dopo un’ora e non si può impedire allo spettatore di scalpitare per arrivare alla conclusione della vicenda. E’ comunque significativo come, pur in un film modernissimo e per certi versi rivoluzionario come questo, si faccia ricorso ai vecchi trucchetti da sceneggiatura classica, ben ricca di diversivi ed elementi distrattori (il serpente, la struggente telefonata alla madre). Nonostante qualche sbadiglio di troppo, dovuto all’inazione, bisogna ammettere che il copione non presenta una sola smagliatura. Un grande piccolo film.
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