Come Steven Russell, ex poliziotto ed ex marito modello, frodò plurime volte la legge e le carceri per amore del suo Phillip, conosciuto dietro le sbarre.

Esordio alla regia per Glenn Ficarra e John Requa, coppia in odore di coenismo già sceneggiatrice del corrosivo “Bad Santa” (“Babbo bastardo”). Anche stavolta non gli è andata bene con la traduzione italiana, che ha banalizzato “I love you Phillip Morris” in un titolo da commediola. Opera brillante e politicamente scorretta, che gioca volutamente con gli stereotipi di genere (gay, carcerario, tribunalizio) per raccontare l’incredibile storia vera di uno dei più famosi evasori e impostori d’America. Jim Carrey è debordante e conferma ancora le sue eccellenti qualità di mattatore, in un ruolo di genio trasformista che non può non ricondurre con la mente a quell’Andy Kaufman mirabilmente interpretato dallo stesso Carrey in “Man on the moon”, che viveva la sua parabola proprio negli anni in cui è ambientato il film. La bontà di questa commedia va comunque oltre le doti del suo primattore e si estende all’ottima fattura di un copione che rifugge ogni momento prevedibile anche nella regia (la scena, dal timing perfetto, in cui si svela l’omosessualità di Steven; la prima sequenza in carcere). Sboccato nel linguaggio e precisissimo negli intenti satirici verso un’America di finzione e stupidità, in cui un po’ di sale in zucca (e Russell ne ha certamente in abbondanza) basta per poter farsi beffe quasi impunemente delle istituzioni, della burocrazia e di qualsiasi relazione sociale che abbia una parvenza di verità. Steven Jay Russell, Q.I. astronomico (163), è stato severamente condannato nell’aprile 1998 ed è attualmente detenuto in un carcere di massima sicurezza in Texas. Se ne avrà voglia, potrà uscire finalmente di galera il 12 luglio 2140.

Voto: 7+

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.