Vita e opere di Barney Panofsky, produttore televisivo adorabilmente incazzoso (e incazzosamente amabile). Le sue mogli, i suoi amici, le sue imprese, i suoi fallimenti.
Dall’omonimo romanzo del canadese Mordecai Richler, best-seller in tutto il mondo, soprattutto in Italia. La più classica e hollywoodiana delle trasposizioni cinematografiche di un libro di successo, per quanto questa produzione ambisca a presentarsi come indipendente (e dunque osa un tot in più nel linguaggio e nel tono generale, anche se non nella grammatica filmica). Al netto delle concessioni alla parte italiana degli investitori (le vicende europee di Barney si spostano da Parigi a Roma), è un film fedele all’originale e per questo più che gradevole, che rabbonisce la personalità del personaggio principale (su carta molto più cinico e corrosivo) ma ha il pregio di non scadere nello zuccheroso e nel violinesco al momento di raccontare il dramma della malattia e della morte (taciuta nel libro, rappresentata un po’ didascalicamente qui). Efficace, per esempio, lo svelamento della verità sulla morte di Boogie. Opera da cassetta di intrattenimento colto che, non possedendo grande personalità in regia (dirige Richard J. Lewis, 44 episodi di “CSI” in carnet), punta tutto sul cast e fa bene: Paul Giamatti disegna alla grande il personaggio che vale una carriera (oltre che un Golden Globe), Dustin Hoffman gli si appoggia con sagacia alla Pippo Inzaghi e interpreta da volpone consumato un ruolo di spalla a tratti irresistibile. Visti gli ultimi, spesso tremendi, adattamenti tentati dagli americani su opere letterare di successo, “La versione di Barney” fa quantomeno tirare un sospiro di sollievo (anche se si espone fatalmente alle mitragliate degli irriducibili fan dell’originale) e rimane gradevole e più che decoroso dall’inizio alla fine..

Voto: 6,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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