Entrato in carcere per aggressione a pubblico ufficiale, diciannovenne e analfabeta, Malik uscirà sei anni dopo profondamente diverso e maturato.
Quinto lungometraggio del 58enne parigino Jacques Audiard, quello che più ha avuto successo e critiche positive. Romanzo di formazione carcerario con modelli illustri (tutta la storia del genere polar, di cui Audiard è peraltro fedele adepto, riadattata e riconvertita con perizia all’età contemporanea) e dichiarazioni ambiziose: la prigione come società, microcosmo tratteggiato come un formicaio in cui la crescita e la definizione di sé possono avvenire in molti modi anche non riconosciuti dalla società “ufficiale”. Diviso in capitoletti (ognuno presentato esplicitamente con il titolo in sovraimpressione) tenuti insieme da un mastice solidissimo che fa capo non solo all’ottimo attore protagonista (Tahar Rahim), ma anche all’intero impianto narrativo e pure alla parte tecnica: siamo immersi nel carcere Centrale di Brécourt e ne respiriamo l’aria anche nei suoi aspetti più burocratici e meno cinematografici. La vita dietro le sbarre è dipinta senza stereotipi nè didascalie (la demolizione dei luoghi comuni del genere è uno dei maggiori pregi del film) e tutto è mostrato nella maniera più oggettiva possibile, a iniziare dalla scena – di brutale e devastante intensità – che rappresenta la svolta nella vita di Malik. In un’opera che sceglie ripetutamente di battere le strade del realismo più rigoroso e documentaristico, svettano le magnifiche allucinazioni del protagonista (ci è tornata alla mente l’entrata in scena di Yves Montand ne “I senza nome”, chissà se stiamo scrivendo scemenze). Il suo affondare profondamente le radici nella problematica realtà contemporanea francese lo rende forse un po’ ostico per un pubblico non transalpino. Se ne consiglia ovviamente la versione originale, anche per non dover subire la scelta decisamente idiota di doppiare il dialetto corso con un’improbabile parlata pseudo-siciliana. Discutibile anche la traduzione del titolo: perchè non “Un profeta” ma “Il profeta”?

Voto: 7+

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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