Nell’aprile del 2003 Aron Ralston parte da solo per un week-end tra i canyon dello Utah, senza avvertire nessuno. Malauguratamente, si ritrova nel posto sbagliato al momento sbagliato: un masso gli frana addosso e gli intrappola il braccio destro contro una parete rocciosa.

Dal romanzo “Between a Rock and a Hard Place”, la biografia di Aron Ralston. Dopo il ruffiano e discutibile “The Millionaire”, che pure gli è valso il tanto atteso riconoscimento planetario, Danny Boyle torna a livelli altissimi. Pur trattandosi come sempre di un’originale e sfrenata rielaborazione della farina altrui (per limitarsi all’ultimo decennio, abbiamo “Buried” e “Into the Wild”, ma non mancano degni riferimenti ai grandi classici americani di evasione), è un’opera energica, eccitata e materiale, fisica e corporale, piena di acqua, terra, sangue, urina. Proprio il confronto con “Buried”, “caso” cinematografico dello scorso anno a firma del semi-esordiente Rodrigo Cortés che rappresentava una sfida analoga, sottolinea la grande abilità del regista di Manchester: le allucinazioni o i ricordi, inserti narrativi quasi obbligatori per tenere desta l’attenzione di un racconto ambientato quasi interamente in un crepaccio, vengono resi con inventiva e dinamismo. Tutto il resto (il montaggio, la fotografia, la scelta delle musiche) è incommensurabilmente più vivo e brulicante della media. Quando Boyle riesce a governare totalmente il suo generoso cinema di slanci vitali e non si lascia sedurre dal facile fascino degli effettacci, quando decide di concentrarsi su piccole storie ad alta densità emozionale e non va a incartarsi in qualche malriuscito tentativo di affresco sociologico, è un signor regista. “127 ore” ha tutto per diventare un cult, e nel frattempo ha incassato un bel gruzzolo di nomination agli Oscar (soprattutto film, sceneggiatura e performance di James Franco).

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna. 

Voto: 4

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.