Ottenuta insperatamente la parte principale nel Lago dei Cigni, la bella e fragile ballerina Nina deve confrontarsi con la propria insicurezza, l’incapacità di lasciarsi andare, la gelosia delle colleghe e una madre ossessiva.
Dopo il Leone d’Oro e il buon successo di “The Wrestler”, il famigerato Darren Aronofsky torna a far danni. Onorato dell’apertura dell’ultimo Festival di Venezia, che roba è “Black Swan”? Dove vuole andare a parare? Ammesso e non concesso che abbia un senso, cos’è se non la solita discesa negli abissi della follia e dell’insanità mentale, declinata stavolta dal punto di vista di una graziosa bambolina che nasconde in realtà i soliti impicci di tutti i personaggi aronofskiani? Al suo quinto lungometraggio, il suo gioco è ormai scoperto: vuole fare il Cronenberg, raccontare cosa accade tra le pieghe della mente, rappresentare l’incubo, la sofferenza, la frustrazione, non fermarsi dinanzi a nulla. Per sua stessa ammissione è il gemello di “The Wrestler”, ma al contrario del film con Rourke – che possedeva un apprezzabile senso di pietas nei confronti del personaggio principale, consentendo al pubblico di amarlo e averlo a cuore e permettendo quindi la riuscita del film – non è possibile alcun sentimento di empatia verso la protagonista. Purtroppo per lui, il suo cigno ha le ali piombate: la sceneggiatura (responsabili Andres Heinz, Mark Heyman e John J. McLaughlin) è come sempre bozzettistica e la storia viene scandita in passaggi che vanno dallo scontato (la parabola auto-distruttiva di Nina passa ovviamente per la droga e per il sesso facile) al disarmante (le imbarazzanti apparizioni del suo “dark side”). Dietro una confezione elegante e accattivante, che usa Cajkovski ogni due per tre demandando al buon vecchio Piotr il compito di dare uno spessore al tutto, si nasconde un vuoto pneumatico di idee, di significato, di morale, e fa capolino un fastidioso moralismo, ancor più d’accatto perché al servizio delle più viete logiche commerciali (ed ecco perciò la pruderie assolutamente gratuita di una scena lesbo o il solito campionario di effettacci). Perchè ogni travaglio interiore deve trasformarsi in una sarabanda di spaventi audio-visivi? Costruito come un horror per adolescenti in vena di una serata impegnativa, disseminato di citazioni di autori che, al contrario di Aronofsky, sapevano coltivare il prezioso seme dell’ironia. Encomiabile Natalie Portman, bravissima nonostante un personaggio francamente insopportabile.

Voto: 4

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna. 

Voto: 4

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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