Alla morte dell’anziano re Giorgio V, le sorti del Regno Unito sono quanto mai precarie: il Paese è sull’orlo della guerra contro Hitler e c’è incertezza su chi debba essere il nuovo sovrano. Il principe Albert deve combattere contro una terribile balbuzie che lo rende impresentabile e inadatto per ogni discorso e intervento pubblico; la sua risoluta consorte decide perciò di rivolgersi a un eccentrico logopedista.
Ogni edizione degli Oscar, si sa, è fondata su un Tema particolare. Senza andare troppo in là con gli anni, nel 2010 si giocarono la vittoria finale due idee contrapposte di cinema bellico: la spettacolare dimostrazione di forza di “Avatar” e il piccolo, nervoso e problematico “The Hurt Locker”. Il Tema del 2011 sembra essere la comunicazione, più o meno politica; ed ecco che a sfidarsi sono soprattutto gli antitetici “Il discorso del re” e “The Social Network”, in cui la parte del Re spetta a uno studentello nerd che fa i soldi partendo da un’angusta stanza di college.
Esaurito l’inutile pistolotto socio-premiologico, che film è insomma questo pluri-osannato “The King’s Speech”, che pare destinato a fare manbassa di statuette? E’ un’opera britannica di classico candore, tutta fondata sul coraggio, sulla forza d’animo, sull’amicizia e su tutti quei buoni sentimenti che non passano mai di moda. Ottimista quanto furbo, la firma in calce è quella di Tom Hooper, che due anni fa non era passato del tutto inosservato con “Il maledetto United”, uno dei rari bei film sul calcio. Una volta tanto, la sceneggiatura non è dell’onnipresente Peter Morgan, artefice di tutti i copioni con cui il cinema anglo-sassone ha ripassato ultimamente la storia recente (da “The Queen” a “Frost/Nixon”), ma del vecchio David Seidler, una solida carriera da autore di tv-movies giunto quest’anno alla consacrazione cinematografica. Il film ha la prevedibilità di una coda a Bologna-San Lazzaro l’ultima domenica di agosto, ma ha la pacatezza e l’eleganza di un commensale educato e in più vanta un lodevole tentativo di umanizzare e semplificare la figura del sovrano, evitando ad esempio di mostrarlo gagliardamente intento a vergare il suo famoso Discorso (quando invece glielo consegnano già pronto). Come succedeva ai bei tempi, dunque, è soprattutto un film di attori: Colin Firth è quasi straordinario, ma Geoffrey Rush gli tiene spesso testa e non si capisce perchè venga retrocesso al rango di “non protagonista”. Non è il capolavoro di cui si parla a sproposito, non ne ha la statura nè l’ambizione, ma tiene apprezzabilmente la scena per quasi due ore. Le musiche di Mozart e Beethoven sono il lasciapassare per il pollice su.

Voto: 7-

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