A Barcellona il 40enne Uxbal, padre di due bambini e alle prese con un rapporto problematico con la moglie-madre dei suoi figli, sbarca il lunario occupandosi di manodopera clandestina, finchè la scoperta di una malattia in fase terminale lo costringe al doloroso momento dei bilanci.
Quarto film del messicano Alejandro Gonzalez Inarritu, quello che lo innalza al rango di Autore e ne fa uno dei cineasti più intensi del panorama internazionale. L’intensità è sinonimo di profondità ma non va in disaccordo con la delicatezza, con un tocco lieve che non consiste tanto nella leggerezza o nello smorzamento del dolore (“Biutiful” è grave e pesantissimo, affondando fino in fondo il coltello nella sofferenza e nella solitudine), quanto nella pietas quasi religiosa con cui Inarritu si pone verso i suoi personaggi, elevando ad esempio l’Uxbal di Javier Bardem a una specie di Cristo pasoliniano di cui si mostrano apertamente gli episodi (l’ultimo pranzo) e la simbologia (i sassi). Il tutto è raccontato con una maturità registica senza precedenti, in cui il montaggio vorticoso e frammentario cede il passo a una narrazione più compatta (ci sono tante storie ma il protagonista è uno solo, uno Javier Bardem portentoso), che si concentra finalmente sulla sostanza della materia narrativa piuttosto che interrogarsi sulla forma più adatta a rappresentarla. Il precedente “Babel” del resto cadeva vittima di questo errore: metteva troppa carne al fuoco per il troppo desiderio di miracol mostrare e stupire con la propria abilità. La prima preoccupazione dell’Inarritu di “Biutiful” è semplicemente raccontare: un dramma civile e contemporaneo, sprofondato nello squallore di una Barcellona orrenda e disperata, in cui le luci delle ramblas e la sagoma della Sagrada Familia si vedono solo lontane lontane, puntini e linee banali, proiezioni distorte della psiche più che elementi reali. Un finale magnifico. Candidature all’Oscar per Bardem e per il film straniero.

Voto: 7,5

Annunci