Vita e opere di Renato Vallanzasca e della sua banda, che negli anni ’70 si meritò sul campo i gradi di pericolo pubblico numero 1: rapine a banche e supermercati, evasioni plurime, sanguinose sparatorie con carabinieri e polizia.
Dopo l’infelicissimo “Il grande sogno”, Michele Placido si gioca al meglio l’ultima spiaggia per nobilitare la propria contraddittoria carriera da regista, tornando prudentemente a ricalcare le orme di quello che era fin qui il suo miglior film, “Romanzo Criminale”, sopravvalutato ma innegabilmente avvincente e ben confezionato. Ma questo “Vallanzasca” – che si presenta piuttosto esplicitamente come la trasposizione settentrionale delle avventure della banda della Magliana – è per certi versi superiore al film tratto dal romanzo di De Cataldo: se lì spesso Placido si era fatto prendere dalla foga e aveva rimpinzato di troppa roba le due ore e venti di pellicola, qui ha miglior gioco a concentrarsi su un personaggio, una storia, una singola vicenda umana (senza concessioni alla politica o al complottismo) e a fargli gravitare attorno l’intera trama. La sceneggiatura è quella di un classico bio-pic: va avanti e indietro nel tempo, con ampio uso di didascalie chiarificatrici, non ha le increspature di “Public Enemies” di Michael Mann ed è filologicamente più affine a quelle dei due film “Nemico pubblico n.1” sul bandito francese Jacques Mesrine, interpretati da Vincent Cassel e diretti da Jean-François Richet. La regia, all’americana, dimostra ancora una volta che Placido sa copiare i grandi maestri, e – sia detto senza ironia – è una qualità non da tutti.
Urgerebbe, poi, il dibattito su quanto sia “etico” rappresentare come una rockstar bella e dannata il cattivone assassino Vallanzasca, e altre scempiaggini del genere. Da “Scarface” di Howard Hawks fino ai giorni nostri, la storia del cinema ne uscirebbe dimezzata se avesse dovuto rinunciare ai propri villain; chi è così stupido da lasciarsi plagiare dalla biografia di un pluri-omicida (cosa che il film non nasconde, tutt’altro), beh, fattacci suoi. Da Batman in su (o in giù), da sempre il Male affascina più del Bene, la trasgressione e l’infrazione delle regole stuzzicano più del pigro tran-tran da impiegato catastale; nessuno farà mai un film su un personaggio che osserva scrupolosamente il regolamento condominiale della raccolta differenziata, semplicemente perchè è noioso. Chi spara boiate (i soliti politici verdognoli, perlopiù) sul cattivo messaggio propalato dal film è in malafede e al solito strumentalizza un’opera di buon valore culturale per basse speculazioni politiche.
Tornando a noi, “Vallanzasca” non sarebbe così ben riuscito con un altro attore protagonista. Kim Rossi Stuart (che ha anche collaborato alla sceneggiatura) azzecca il film della vita con una performance sui livelli di Toni Servillo nel “Divo” (anche se, per vari motivi, Vallanzasca è più “facile” da interpretare di Andreotti), risultando spesso impressionante per la fedeltà e la totale aderenza all’originale. Meno riusciti i personaggi di contorno, a cominciare da un Timi decisamente fuori parte del quale però non si può non notare la somiglianza sempre più spiccata con Gianmaria Volonté. Forse l’entusiasmo e il voto sono eccessivi, ma sono il dovuto premio a un’opera eccitata ed eccitante, molto più energica e vibrante della media italica.

Voto: 7,5

Advertisements