Lowell, Massachussets. E’ qui che boxano Dickey Eklund e Micky Ward, fratellastri con la madre in comune: il primo con un passato da buon pugile, un presente da consumatore di crack e un futuro da allenatore del secondo, meno talentuoso e più tenace, categoria superleggeri, alle prese con una famiglia ingombrante.Quinto film del 52enne newyorkese David O. Russell, fin qui conosciuto soprattutto per l’interessante “Three Kings” (1999), originale war-movie sulla Guerra del Golfo. Il suo approdo a un registro più classico è baciato dalla buona stella: una storia suggestiva, coinvolgente, americana a 24 carati, per un genere – quello pugilistico – in cui bisogna davvero impegnarsi per combinare pasticci. La buona fattura della sceneggiatura si abbina alla prova eccellente di un cast perfettamente in parte: Christian Bale prenota l’Oscar con un personaggio tagliato su misura per raccogliere i favori della giuria dell’Academy, lo squinternato Dickey Eklund, orgoglio della sua cittadina, l’uomo “che mise al tappeto Sugar Ray Leonard”, ma brillano anche – in ruoli minori – Amy Adams e Melissa Leo, entrambe premiate con la candidatura come miglior attrice non protagonista. Il trio di autori (il più famoso è Scott Silver, già autore dello script di “8 Mile” con Eminem) pesca a piene mani nella letteratura di genere ma ha il merito molto apprezzabile di lasciare la sordina alle emozioni e ai momenti drammatici, senza enfatizzarli e correre il rischio di diventare mieloso e ridondante, e non privilegiando per forza i momenti più noti della carriera di Ward, come i tre epici combattimenti col canadese Arturo Gatti, solamente evocati a fine film. Le scene di boxe rendono onore alla “noble art” di cui Micky Ward – riconosciuto esempio di correttezza morale e premiato nel 2010 con il “James A. Farley Award” per la sua “onestà e integrità” – può a pieno titolo dirsi un degno esponente.

Voto: 7+

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