A 43 anni la vita di Jean-Dominique Bauby, caporedattore della rivista “Elle” e padre di tre figli, ha una svolta: viene colpito da ictus e al risveglio è in grado di muovere e controllare solamente l’occhio sinistro. Impossibilitato a comunicare normalmente col mondo esterno, deve imparare a farlo attraverso le assistenti che, con pazienza e dedizione, lo aiutano a comporre ogni frase lettera per lettera. Decide così di sfruttare il contratto che ancora lo lega a una casa editrice per scrivere “Lo scafandro e la farfalla”, il libro in cui racconterà la sua incredibile sfida.Jean-Dominique Bauby è morto per un arresto cardiaco nel marzo del 1997, quindici mesi dopo l’ictus. Dieci anni dopo, la sua storia è stata trasformata in un film dal newyorkese Julian Schnabel, regista e pittore al suo terzo lungometraggio dopo l’interessante “Basquiat” e il pluripremiato “Prima che sia notte”. Opera commovente e di intensità intollerabile per chi abbia avuto la sfortuna (o il privilegio?) di assistere da vicino amici e parenti intrappolati nello “scafandro” che, con poetico dono della sintesi, Bauby indossa nel suo viaggio verso l’ignoto di una vita e di una morte di cui vede mescolarsi in continuazione le sembianze e i confini. Viene automatico il collegamento con “Mare dentro”, il bellissimo film su Ramon Sampedro, costretto tetraplegico a letto dopo un incidente, diretto nel 2004 da Alejandro Amenàbar (ma soprattutto interpretato da Javier Bardem); la differenza in positivo sta appunto nella personalità con cui Schnabel si impadronisce della materia e ne orienta il senso, non demandando al copione o all’attore protagonista il compito di prendere le redini della narrazione. La regia di Schnabel è ipercinetica, si ribella all’immobilismo forzato cui è costretto Bauby e vaga col suo occhio dappertutto senza sosta e senza regole, irrispettoso della grammatica filmica: costringe i personaggi ai margini dell’inquadratura e a volte anche oltre, aggrappandosi al visibile – ad ogni frammento di visibile – come l’ultimo filo che lo leghi ancora a qualcosa che abbia a che fare con la libertà. (Si noti a questo proposito la scena in cui al protagonista viene suturato l’occhio destro, indiscutibilmente la più straziante del film.) Limitando al minimo i momenti retorici (che comunque non mancano, per esempio la digressione a Lourdes) e appoggiandosi alle parole originali di Bauby per animare la necessaria voce fuori campo, Schnabel ha realizzato una specie di capolavoro in soggettiva in cui lo spettatore è tutt’uno col protagonista, del quale ci viene negata e celata l’immagine per una buona mezz’ora (espediente già utilizzato da David Lynch nel memorabile “The Elephant Man”). Strepitosa fotografia di Janusz Kaminski, premiato a Cannes insieme a Schnabel (miglior regia). Un film che inizia con le note di “La mer” non può essere un brutto film.

Voto: 8=

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