Il cardinale Melville, appena eletto papa, non si sente degno del soglio pontificio: che fare? Si decide di interpellare uno psicanalista, mentre il mondo guarda col fiato sospeso a quest’inattesa empasse.
L’undicesimo film di Nanni Moretti sfugge a ogni definizione e classificazione. Anche i detrattori più accesi del regista non potranno negarne il coraggio e la personalità, doti profuse in quantità in quest’opera complessa e irrisolta, piena di parentesi lasciate aperte, inconclusa ma non inconcludente, che parla di qualcosa che sembra non appartenerci più: il senso di inadeguatezza, l’impressione di essere fuori posto, inadatti a un ruolo, a un compito, a un’aspettativa. Illustri sconosciuti in un’epoca in cui chiunque si sente pronto per qualsiasi incarico, e anzi lo pretende espressamente minacciando di far cadere dei governi (il riferimento all’attualità politica può suonare forzato e pretestuoso, ma quando si parla di un film di Moretti è quasi un riflesso pavloviano).
Accompagnato da assurde polemiche da parte delle sfere più retrograde e oscurantiste del mondo ecclesiastico (che naturalmente il film manco l’hanno visto), “Habemus Papam” non è – ovviamente, verrebbe da scrivere – un film di denuncia contro il Vaticano, nè un ritratto sarcastico della Chiesa. E’ invece un lavoro profondamente umanista, ostinatamente attaccato all’immanenza di qualsiasi persona, che vuole bene a ogni suo personaggio e lo tratta con delicatezza e rispetto. Il Papa di Michel Piccoli soffre di un disagio incurabile, cui nulla possono i tanti porporati in azione nè i due psicanalisti; dal suo malessere non si può guarire semplicemente perchè non è una malattia, ma una caratteristica fondamentale della condizione umana. Il film suggerisce di accettarlo con serenità – nella scena più surreale, commovente e morettiana del film, sulle soavi note di “Todo cambia” di Mercedes Sosa, c’è tutto il senso della pellicola.
Insomma, un grande film sull’irrisolutezza e sull’indecisione: non le condanna, nè tantomeno le incoraggia (“Habemus Papam” non sembra affatto un “elogio della rinuncia” come qualcuno ha scritto), ma le sottolinea con occhio psicanalitico. Nobilitato e impreziosito dalle inedite parentesi teatrali e dalla divertente autoreferenzialità di Moretti attore (“Me lo dicono tutti, sono il migliore!”), a cui il tema viene evidentemente bene (cfr. “La messa è finita”). Del resto, le atmosfere e le ambientazioni vaticane, che sembrano immerse in un’altra dimensione spazio-temporale, si confanno particolarmente al suo cinema surreale, spiazzante e talvolta grottesco, terreno fertile per uno stuolo di caratteristi tra cui ritroviamo con piacere Renato Scarpa. Film per nulla polemico o spinoso, anzi quasi didattico: chi si sente o si è sentito non all’altezza di qualcosa, anche una sola volta nella vita, dovrebbe correre a vederlo.

Voto: 8-