Don Giulio torna a Roma, trasferito in una sperduta parrocchia di periferia, e rivede la famiglia e gli amici da cui mancava da tempo. L’entusiasmo e la buona volontà lasceranno presto spazio all’amarezza e al disgusto.
Il film più cupo e drammatico di Nanni Moretti, l’unico in cui sono assenti tracce di umorismo o – per così dire – spensieratezza. Moretti adopera la figura del parroco, il “diverso” per eccellenza nella società contemporanea, per dichiarare ancora una volta il suo sentirsi alieno, diffidente e ripugnato dalla meschinità, dal calcolo, dalla superficialità, senza voler più fare sconti perché la misura è colma (nella scena in cui monta la pista per automobiline insieme al suo predecessore che ha abbandonato l’abito talare per farsi una famiglia, rimprovera aspramente il bambino che vuole giocare subito). Nella sua rappresentazione quieta, fondata su un estremo rigore morale, dispensa picconate a una società bacata dominata dall’egoismo, dalla noia e dal materialismo, senza comunque mai scadere nel retorico o nell’eccessivo. Molto apprezzato in ambienti cattolici per la rappresentazione sincera ma non oleografica dell’uomo di fede, fu anche premiato a Berlino con l’Orso d’Argento. La miglior prova d’attore in carriera per Moretti: intenso, misurato, meno egocentrico e più controllato, quasi rispettoso dell’abito di scena. Già intravisto nel precedente “Bianca”, primo ruolo di rilievo per il napoletano Vincenzo Salemme.

Voto: 7,5