Disfacimento e implosione di un nucleo familiare borghese: nel giorno del compleanno dell’anziano padre malato, resa dei conti tra i coniugi Pollitt, lei moglie innamorata ma insoddisfatta, lui marito nullafacente, ubriacone e ben poco virile.
Dal dramma teatrale di Tennessee Williams, un mélò fiammeggiante (anche troppo) da camera che segnò la conferma nel firmamento hollywoodiano di una star come Paul Newman, dopo il primo exploit in “Lassù qualcuno mi ama”. Attori bravi o bravissimi (si segnalano anche una Liz Taylor ambiguamente sensuale e la grande, tragica performance del vecchio Burl Ives) al servizio di un testo tutto fondato sul detto e non detto, che nel suo adattamento cinematografico (a cura di Brooks e James Poe) annacqua i più espliciti riferimenti all’omosessualità di Brick e Skipper contenuti nell’originale. Comunque sia, è una pellicola attraversata dalle classiche tensioni etiche, morali e sessuali tipiche di Brooks, che opportunamente si fa da parte lasciando la scena ai personaggi principali e divertendosi solamente a caricare di grottesco quelli minori (i cinque “orribili” figli di Gooper e Mae). Il disagio sociale e familiare cova sotto la cenere del perbenismo e dell’ipocrisia che Williams fa brillare come piccole cariche esplosive una dopo l’altra, sotto forma di tante rivelazioni che approdano a quella finale, falsa. 6 nomination agli Oscar 1958. Scadente doppiaggio italiano con punte di ridicolo.

Voto: 7

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