A corto di soldi, il responsabile vendite di una concessionaria progetta il rapimento della ricca moglie affidandosi a due balordi. Seguono complicazioni.
Più volte in questi anni abbiamo descritto l’opera di Joel e Ethan Coen – almeno, quella più originale e meno influenzata dalle citazioni, senza considerare i remake dichiarati – come un cinema del nonsense, dell’assenza di significato in tutti gli strati e i livelli dell’esistente. Negli anni il tema è stato declinato secondo i registri più vari, come meglio si confà a due cineasti di straordinario talento. Per molti “Fargo” è il momento più alto del loro cinema; di sicuro è il più sorprendente, arrivando in una fase della loro carriera in cui i due fratelli di Minneapolis si erano sempre mantenuti ben al di là delle righe. Questo esercizio di straordinaria asciuttezza, esaltato dalla critica e dai posteri forse anche al di là dei propri effettivi meriti, si inscrive perfettamente nella visione coeniana del mondo: il dolore, il crimine, il male sono concetti filosoficamente alti ma concretamente perseguibili e ottenibili con una facilità e una dabbenaggine da rasentare il banale: la banalità del male, appunto. Film imperscrutabile in cui, alla ovvia condanna morale e narrativa per i colpevoli, fa eco un ritratto tutt’altro che consolatorio e rasserenante dei cosiddetti “buoni”, anche loro storditi, impigriti o appesantiti (è felice la metafora della gravidanza che appesantisce la poliziotta Marge). Ne esce un ritratto straniante, sfuggente, confuso come un paesaggio innevato. “Fargo” si conclude nel senso tradizionale del termine (c’è un delitto, ci sono le indagini, il caso viene risolto) ma rimane apertissimo e quasi atterrisce, a una seconda visione, per la sua quieta normalità. Premio per la regia a Cannes, Oscar a Frances McDormand e alla sceneggiatura dei Coen, che un cartello a inizio film dichiara “ispirata a fatti realmente accaduti”, ma così non è.

Voto: 7,5

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