Oltre vent’anni dopo, un ex soldato israeliano reduce dalla guerra del Libano racconta al suo amico Ari Folman un incubo ricorrente: ventisei cani si radunano, latranti e ringhianti, sotto la finestra di casa sua, gli stessi ventisei cani da guardia uccisi durante le tante missioni notturne compiute durante il servizio militare. Ma Ari, che pure vi ha partecipato, non ricorda nulla di quella guerra.
Bashir era Bashir Gemayel, il presidente del Libano il cui assassinio fu la scintilla che provocò il massacro nei campi profughi di Sabra e Chatila, consumato dal 16 al 18 settembre 1982 dalle milizie cristiano-falangiste guidate da Elie Hobeika, con la silente complicità di Israele. Da questa pagina tragica e bestiale non solo della storia del conflitto israelo-palestinese, ma anche dell’intero Novecento, il 45enne israeliano Ari Folman trae un film indimenticabile per molti motivi, su tutti per la geniale idea di estraniare sé stesso e gli altri personaggi da una vicenda così dolorosa attraverso i disegni animati, dandole una dimensione onirica e irreale, e perciò ancor più simbolica e metaforica: realizza così un film sulla Guerra con la maiuscola, interessandosi in particolare allo spaesamento del singolo, che vive il conflitto come un trauma psichico e imbocca così la strada della negazione: non sa, non capisce e quindi – non potendo più intervenire – sceglie di non ricordare. Il punto di vista cambia in continuazione, seguendo le vere testimonianze raccolte da Folman: amici, ex commilitoni, un reporter televisivo a cui spetta il dolorosissimo epilogo, l’ingresso nei campi profughi dopo la strage. L’impianto visivo e specialmente quello sonoro sono di prim’ordine, riuscendo a garantire una verosimiglianza quasi miracolosa nonostante l’artificio dell’animazione. Importante atto d’accusa di un israeliano anche contro il suo stesso Paese. Golden Globe nel 2008.

Voto: 7,5