L’hotel Ambassador di Los Angeles brulica di varia umanità aspettando i risultati delle Primarie dei Democratici in California, che molto probabilmente eleggeranno il senatore Robert F. Kennedy come candidato per le Presidenziali 1968.
Film-santino che beatifica la figura di Robert Kennedy, elevandolo a simbolo di un’ipotetica età dell’oro della società americana che fu spazzata via in pochi secondi dal gesto sconsiderato di un folle (dietro il quale, caso quasi più unico che raro nella plurisecolare storia di dietrologie made in USA, non si sono mai scatenate più di tanto teorie complottiste). Si sa, Emilio Estevez (primogenito di Martin Sheen e fratello di Charlie Sheen; a differenza degli altri due, ha conservato il cognome originario) non è Robert Altman. Il tentativo di mettere su un film corale, in cui agiscano sulla scena oltre venti personaggi senza che nessuno abbia il sopravvento sugli altri, naufraga sostanzialmente perché c’è pochissima polpa, un interesse assai limitato attorno a figure bi-dimensionali che parlano per stereotipi (si prenda a esempio il primo dialogo tra il cameriere messicano e il suo collega che gli rinfaccia senza troppi giri di parole la sua inferiorità razziale, con una fiacchezza di scrittura che grida vendetta), vivono situazioni precotte (il trip da LSD) e non riescono mai a sviluppare la minima empatia con lo spettatore, a volte a causa anche della pochezza degli interpreti (spiccano il bolsissimo Anthony Hopkins, lì solo perché anche produttore esecutivo del film, e la sciagurata coppia Lindsay Lohan-Elijah Wood, uno dei più clamorosi casi di miscasting della storia recente del cinema americano). Le Primarie Repubblicane di Nashville sono lontane mille miglia, anche perché Estevez – ben lontano dalle asperità espressive del grande regista di Kansas City – preferisce un registro più pulito e irrimediabilmente piatto, dove non esistono sottintesi e mezze verità e ognuno è ciò che fa o ciò che dice di essere: il massimo dell’abiezione è l’addetto alle cucine che svela alla moglie del direttore dell’hotel l’adulterio del marito. Estevez non contempla il Male se non al di fuori dell’albergo e della cerchia del partito, commettendo così un peccato di sesquipedale ingenuità che mina alla base la credibilità dell’intero film. Per chi ci tiene, c’è però (in una piccola parte) Mary Elizabeth Winstead, che – per chi scrive – è oggi una delle tre attrici più belle di Hollywood.

Voto: 5+

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