Una compagnia teatrale di Varsavia cerca di scappare dalla Polonia invasa dai tedeschi. Per farlo, non resta loro che travestirsi da ufficiali e generali della Gestapo e finanche da Fuhrer, per ingannare i veri nazisti.
“E così mi chiamano il colonnello Concentrone!”. “Vogliamo vivere!” (titolo originale, molto migliore, “To be or not to be”) è uno dei grandi capolavori del berlinese Ernst Lubitsch. Insieme al Grande Dittatore di Chaplin, che lo precede di due anni, rappresenta l’estremo sberleffo del cinema e della cultura alla barbarie nazista, e insegna che di tutto si può ridere, se si sa farlo con cognizione di causa e coscienza di quei limiti che non possono essere oltrepassati o vilipesi. Il ritmo e l’intelligenza di ogni gag sono prodigiosi, così come lo sono i dialoghi crepitanti (“Ricordo quell’attore, trattava Shakespeare come noi trattiamo la Polonia”, una frase che procurò al film molti problemi di quasi-censura); attraverso la riuscita metafora portante, si riflette sulla necessità dell’Arte come forma di salvezza dal male e dall’indicibile. Se Chaplin sbertucciava Hitler proponendone una versione caricaturale, grottesca e starnazzante, Lubitsch estende il bersaglio all’intero apparato al servizio del dittatore, dando la più perfetta rappresentazione possibile della cecità e della stupidità di chi accetta – e forse è anche peggio – di restare asservito al potere. Quanta grazia e leggerezza si levano in ogni suo singolo frammento, ma il dolore e la portata storia della tragedia sono in primo piano in qualsiasi momento. Scene memorabili: l’inizio e il primo incontro tra il colonnello Erhardt e il finto professor Siletsky. Omaggiato più volte nella storia del cinema, dal Benigni de “La vita è bella” all’ultimo Tarantino, è stato anche oggetto di remake da parte di Mel Brooks, nel 1983, con sua moglie Anne Bancroft nel ruolo della protagonista.

Voto: 8

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