Nell’America della Grande Depressione, gli sgherri del vorace bookmaker Doyle Lonnegan uccidono uno dei responsabili di una truffa ai danni di un suo galoppino. Gli amici della vittima se la legano al dito e progettano la vendetta – che, si sa, è un piatto che va mangiato a temperature molto basse.
Film proverbiale che ha segnato un’epoca e rappresenta – insieme a “Prima pagina” di Wilder – il più riuscito esempio di revival anni ’30 tentato dal cinema hollywoodiano negli anni ’70.
La forza de “La stangata” è tale da rappresentare una pietra miliare anche in un decennio così ombroso e problematico. E’ ancora oggi un modello difficilmente eguagliabile di sceneggiatura da intrattenimento che calibra alla perfezione ogni pausa, ogni sguardo, ogni gesto senza mai divenire ridondante o telefonata (e quanto è difficile, in un film che corre a mille all’ora per centoventitré minuti). Paul Newman e Robert Redford al loro meglio, diretti da George Roy Hill che già aveva tenuto a battesimo la coppia celebrandone l’amicizia virile in “Butch Cassidy and the Sundance Kid”. Anche, uno stuolo di caratteristi eccezionali, dal “merlo” Robert Shaw al poliziotto Charles Durning, fino agli impagabili Eileen Brennan e Harold Gould, che tracimano classe da ogni posa. Tanti memorabilia, dalla partita a poker sul treno all’ultimo incontro tra Johnny e Loretta. Immortale tema musicale ragtime di Scott Joplin, poi riadattato da Marvin Hamlisch.

Voto: 7,5

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