L’armonia di una famiglia va in pezzi alla morte di uno dei tre figli; diventato adulto, un secondo figlio, nauseato dalla vita, ripensa alla sua infanzia; altre riflessioni sull’origine del mondo e sul suo destino.
Eccolo dunque il film che è valso la Palma d’Oro a Terrence Malick, il 67enne regista americano parsimonioso sia di parole che di opere (è il suo quinto lavoro in 38 anni di carriera). Film di smisurata ambizione, visivamente sontuoso, addirittura sconcertante nel suo essere alieno alle più elementari logiche commerciali americane (con cui Malick ha pure avuto a che fare, visto l’alto budget di produzione). In tempi in cui ogni discorso spirituale viene regolarmente banalizzato e degradato a rissa da polemiche di bassa lega, “The Tree of Life” osa l’impossibile: arrivare a una pacificazione e a un punto d’incontro nell’eterno dilemma tra Uomo e Dio, ponendo esplicitamente quelle grandi domande a cui tenta – con coraggio ammirevole – di rispondere nel finale. Ognuno potrà trovare queste risposte soddisfacenti, ridicole, geniali o semplicemente insensate; la questione è di nessuna importanza. La qualità e il valore di un film non stanno nel contenuto della tesi che espone, ma nel modo di porla; la grandezza di un artista non sta nelle sue idee, ma in come comunica allo spettatore le sue urgenze e le questioni che gli stanno più a cuore. E bisogna ammettere che Malick non mette neanche una virgola fuori posto, mantenendo – pur volando a quote altissime e poi bassissime, dal Big Bang alla divisione cellulare – sempre uno stile rigoroso e sacerdotale, senza sbandate new age né scivoloni stilistici. Niente pacchianate da computer grafica, neanche all’apparire dei dinosauri; niente “grandi luci”, niente voci dall’alto; il parlato è quasi tutto fuori campo e rivoluziona, oggi che siamo nel 2011, le tecniche di utilizzo della voce off. Non si può negare la qualità clamorosa della fotografia di Emmanuel Lubezki e del montaggio, a cui si sono alternati nei mesi ben cinque diversi operatori. Sul pavimento della sala editing sono rimasti centinaia di metri di pellicola non utilizzata, in memoria della proverbiale pignoleria di Malick e della sua ferma volontà di fare un film gigantesco e gigantista in cui è come se ogni fotogramma fosse testimone della grandezza divina. Tanto che il paragone più abusato in queste settimane è stato quello con “2001: Odissea nello Spazio”, pertinente fino a un certo punto. Tantissime sono le differenze tra il superomismo di Kubrick e la più quieta visione del mondo di Malick, del quale non si può certo sospettare l’influenza di Nietzsche (Malick ha anche tradotto in inglese nel 1969 “Dell’essenza del fondamento” di Martin Heidegger, un filosofo molto vicino alla sua forma mentis). Comunque sia, come tutte le opere bigger than life, non merita di essere imprigionata in un numerino.

Voto: s.v.

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