L’anziano capofamiglia di una famiglia milanese dell’altissima borghesia lascia le redini del potere a suo figlio Tancredi e a suo nipote Edoardo. Questi, intanto, progetta di aprire un ristorante dopo aver sviluppato una forte amicizia con un cuoco di bassa estrazione, a cui non è insensibile neanche la madre.
Come ha fatto a sfondare in America il secondo lungometraggio di Luca Guadagnino, un regista siciliano praticamente sconosciuto, la cui opera prima era stata niente meno che the infamous (come dicono da quelle parti) “Melissa P.”? “Io sono l’amore” è diventato lo scorso anno un piccolo caso al di là dell’oceano, dove ha riscosso lodi sperticate presso tutti i maggiori critici e molti addetti ai lavori (Quentin Tarantino l’ha inserito al quarto posto tra i primi dieci film del 2010). A guardarlo con occhi distaccati, si nota innanzitutto con piacere la spiccata volontà di prendere il più possibile le distanze dal Prodotto Medio Italiano, con una cura della fotografia, della scenografia e delle musiche (colonna sonora oggettivamente splendida, a cura dello statunitense John Adams) assolutamente non comune dalle nostre parti. Sotto gli eccessi estetici, che rendono certi frammenti non troppo diversi dallo spot pubblicitario di un profumo di gran marca, si nasconde però un drammone smaccatamente ambizioso, che vorrebbe veleggiare nelle stesse acque di un Visconti o di un Bertolucci, ma che invece rischia spesso di sprofondare nelle poco nobili melme zeffirelliane. Concentrata a offrire momenti di compiaciuto lirismo (la sontuosità dei banchetti, l’amplesso en plein air tra Antonio e Emma, il finale quasi operistico), la sceneggiatura – scritta a otto (!) mani – pare interessarsi poco della tenuta del film nel lungo periodo, riservando pochissimo spazio a qualsiasi riferimento sociale, o finanche politico, e preferendo rifugiarsi furbamente nel più comodo sentiero della Passione, al servizio dell’ottima Tilda Swinton che fa meritatamente la figura della gran diva. Ne esce un quadretto irreale, in luoghi che sono Milano e Sanremo ma potrebbero essere tranquillamente Parigi, Mosca, Montecarlo o Timbuctù, ché nulla cambierebbe. Bellissimo da vedere, ma non da guardare. Leccatissimo e persino scorretto nell’arruffianarsi gli americani, riservando l’onore del titolo alla scena di “Philadelphia” che i coniugi Recchi guardano di sera in tv (Credete che così poco non basti ad arruffianarsi gli americani? State sopravvalutando gli americani). Nomination all’Oscar per i costumi di Antonella Cannarozzi.

Voto: 5,5

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