In una notte di tempesta da qualche parte nel Sudamerica, nell’uomo giunto per caso alla sua dimora, una donna riconosce l’aguzzino che l’ha torturata e violentata negli anni della dittatura militare.
Mentre a Venezia è in concorso il suo “Carnage”, viene naturale paragonare quest’ultimo lavoro di Roman Polanski – un dramma borghese dalla struttura marcatamente teatrale, racchiuso com’è tra quattro mura per tutta la sua durata – a “La morte e la fanciulla”, film a torto considerato minore tra quelli del regista polacco. Dall’omonima pièce teatrale di Ariel Dorfman Polanski astrae la storia da qualsiasi riferimento strettamente politico per concentrarsi – lui che la dittatura l’ha vissuta sulla pelle – su ciò che più lo ossessiona dall’inizio della sua carriera: le cadute e le zone d’ombra della psiche, naturali o indotte, da cui deriva invariabilmente quel gioco al massacro che si instaura in ogni relazione sociale polanskiana, da “Cul de sac” in poi. Il tutto è costruito con una costruzione della tensione a tratti mirabile, da manuale del thriller (che Polanski conosce a memoria), nonostante una sceneggiatura verbosa che tradisce l’impalcatura da palcoscenico. Sigourney Weaver magnifica belva ferita che dà dei punti anche a Ben Kingsley. “La morte e la fanciulla” è un’opera di Franz Schubert.

Voto: 7

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