A Las Vegas John, spiantato a caccia di soldi per assicurare a sua madre una degna sepoltura, incontra per caso l’anziano e saggio Sydney, che senza un motivo apparente si offre di aiutarlo a raccogliere i soldi e a mantenersi col gioco.
Di frasi secondo cui Paul Thomas Anderson sarebbe “l’erede designato di Robert Altman” sono pieni i testi sacri della settima arte. In attesa che il tempo ci sveli se il paragone è calzante, rimane agli atti la clamorosa bravura di questo regista losangelino che a 29 anni (!) girava “Magnolia” e a 26 esordì con questo “Sydney” (titolo originale “Hard Eight”, che è un particolare punteggio nel gioco dei dadi), noir espressamente sotto le righe, senza facilitazioni né scorciatoie, che percorre quietamente la via del genere con filosofia rigorosamente deterministica e varie strizzatine d’occhio ad Altman medesimo ma anche ad altri suoi commilitoni, come il suo grande amico Quentin Tarantino che per il personaggio principale sembra avergli ceduto in prestito l’idea del signor Wolf di “Pulp Fiction”. Interessante soprattutto guardarlo a ritroso, alla luce dei luoghi ricorrenti dei suoi semi-capolavori “Boogie Nights”, “Magnolia” e “Il petroliere”: vi si ritrovano, oltre alla consueta abilità dietro la cinepresa, l’attenzione ai temi del senso di colpa e del passato che ritorna e attori fidati come Philip Baker Hall, John C. Reilly e (in una particina) Philip Seymour Hoffman. Film che procede a sbalzi, con brusche accelerazioni a interrompere un ritmo molto lento, che dà un senso d’incompiutezza e di preparazione a qualcosa di grande, come se incombesse un grande cartello con su scritto “lavori in corso”. Sui titoli di coda, Aimée Mann e Michael Penn cantano l’affascinante “Christmastime”.

Voto: 6

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